
Dopo la scomparsa di Vittorio Gassman, mi ha gradualmente preso una specie di senso
di colpa, perché piano piano mi resi conto di aver avuto il privilegio esclusivo
di aver fatto parte della sua scuola, senza poi avere in qualche modo "reso agli
altri" i frutti di quell'esperienza.
Così preparai e poi presentai, nell'agosto del 2001, uno spettacolo basato sulla
declamazione di quattro brani classici della letteratura italiana, invitando per
l'occasione tutti i vecchi compagni del liceo, gli insegnanti a cui più ero riconoscente
e anche il preside dell'ultimo anno, che aveva una personalità vivace ed entusiasta,
una vera eccezione nella categoria.
Lo spettacolo fu una grande festa e un successo anche per tutti coloro che erano
intervenuti senza conoscermi personalmente (circa trecento persone), e qualche giorno
dopo, nello studio di registrazione del mio amico
Lorenzo ho di nuovo declamato questi brani, che qui metto a disposizione
di tutti.
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Introduzione spettacolo
Questo spettacolo nasce dal ricordo di una vivace ora di lezione d’italiano
che il professor Dante Signorini, che a quell’epoca era il preside della mia scuola,
ci tenne come supplenza per l’imprevista assenza del nostro professore, durante
il mio ultimo anno di liceo.
In quell’unica ora di lezione, anche se io spesso ero un allievo distratto che preferiva
fare disegni sul quaderno invece di seguire i professori, ho imparato dei concetti
che sono rimasti vividi nella mia memoria, al punto che infine mi hanno portato
alla realizzazione di questo spettacolo. «Tre sono i grandi poeti che ci insegnano
ad essere i italiani», ci disse il nostro preside: «Ugo Foscolo, Alessandro Manzoni
e Giacomo Leopardi. Il Foscolo ci dice: “Italiani, siate forti” (“...A egregie cose
il forte animo accendono l’urne de’ forti, eccetera...”); il Manzoni ci dice: “Italiani,
siate buoni”, siate come Renzo, non come Don Rodrigo; il Leopardi ci dice – e qui
la sua espressione diventò divertita come se ci stesse svelando un segreto – : “...siate
intelligenti!”.
Dopo di ciò si produsse in un’appassionata lettura di “A Silvia”, ed io mi resi
conto allora che quello che spesso manca in generale a molti professori è proprio
questa capacità di trasmettere agli alunni l’entusiasmo per quello che stanno insegnando.
Invece di dirci “dovete studiare questo”, avrebbero dovuto dire: “guardate com’è
bello questo!”; probabilmente anch’io avrei fatto meno disegni sul quaderno ed avrei
tratto maggior profitto dalla mia avventurosa carriera scolastica.
Questa stessa considerazione mi tornò in mente quando, pochi anni dopo, ebbi il
privilegio di frequentare la “Bottega teatrale” di Vittorio Gassman, dove, sotto
la guida del maestro di recitazione Paolo Giuranna, compresi la vera bellezza e
la potenza espressiva della Divina Commedia di Dante Alighieri, in modo certamente
più efficace di quanto si possa fare al liceo.
Così, per questo spettacolo ho selezionato quelli che per me sono i brani più significativi
di ciascuno di questi autori, che veramente considero i padri non solo della lingua
italiana, ma dello spirito stesso degli italiani, con l’ambizione di riuscire a
trasmettere a tutti gli ascoltatori la forza, le emozioni e l’entusiasmo che suscitano
in me.
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Dante Alighieri - XXVI canto
dell’Inferno - File WMA di 3.8MB (durata 8'00")
Il personaggio di Ulisse mi ha sempre affascinato, perché rappresenta il simbolo
dell’uomo che non ha soggezione del potere degli altri uomini e neanche degli Dei,
è pronto a raccogliere qualsiasi sfida in nome della conoscenza, ed a vincerla non
con la forza o con il solo coraggio, ma con l’intelligenza, studiando i problemi
e trovando il modo giusto di affrontarli. In questo senso egli è il prototipo dell’uomo
occidentale, la cui civiltà, con i suoi pregi ed i suoi difetti, si è imposta come
vincente grazie proprio a questa miscela di intraprendenza ed ingegno priva di soggezioni
e tabù, ed è senz’altro significativo che la fine del medio evo per convenzione
sia rappresentata dalla scoperta dell’America, quando Cristoforo Colombo, con la
stessa intraprendenza di Ulisse raccontata da Dante in questo canto, volse la sua
“poppa nel mattino”, risvegliando negli uomini il loro spirito di avventura e liberandoli
dal timore dell’ignoto.
Il canto si apre con un’invettiva contro Firenze, a cui Dante rimprovera di aver
incontrato ben cinque suoi cittadini nella bolgia precedente; poi, seguendo Virgilio,
Dante attraversa un ponte di roccia per affacciarsi sull’ottava bolgia, dove ardono
le anime dei consiglieri fraudolenti, che Dante vede in modo confuso, come il carro
di fuoco di Elia che saliva in cielo apparve al profeta Eliseo, che qui è nominato
come “colui che si vengiò con gli orsi”, in quanto, essendo stato schernito da un
gruppo di ragazzi, vide due orsi sbucare da un bosco e farne strage. Tra queste
fiamme Dante nota quella di Ulisse e Diomède, che si distingue dalle altre in quanto
ha due punte, e ricorda la fiamma del rogo su cui i fratelli Eteocle e Polinice,
i figli di Edipo che si odiarono fino ad uccidersi a vicenda, furono messi ad ardere,
e che si divise in due parti. Ulisse e Diomède sono corresponsabili dell’ideazione
del cavallo di Troia, ma anche dello stratagemma con cui Achille fu scoperto, dopo
essere stato nascosto dalla madre, ed obbligato a partire per Troia, per cui la
sposa Deidamìa morì di dolore; infine sono accusati del furto della statua di Pallade
Atena, il Palladio, da cui dipendeva la salvezza di Troia. Interrogato da Vigilio,
Ulisse racconta dell’ultimo viaggio compiuto in vecchiaia coi fidi compagni oltre
le colonne d’Ercole, alla scoperta dell’ignoto; ma giunto nell’emifero australe,
dove Dante colloca la montagna del Purgatorio, una tempesta improvvisa si abbatte
contro la nave sacrilega trascinandola negli abissi.
Alessandro Manzoni -
Dialogo tra il Cardinal Federigo e l’Innominato - File WMA di 5.5MB
(durata 11'42")
I promessi sposi sono pieni di personaggi buoni e cattivi, ma tra questi i più grandi
sono senz’altro il Cardinal Federigo e l’Innominato. Nel capitolo XXIII, poco oltre
la metà del romanzo, vi è il fatale incontro tra questi due personaggi, che è la
chiave di volta di tutto il romanzo, ed in seguito al quale tutti i problemi che
hanno afflitto Renzo e Lucia andranno a poco a poco risolvendosi.
Il giorno prima, l’Innominato aveva fatto rapire Lucia, e, incuriosito dalla compassione
che ella era riuscita a suscitare nel Nibbio, il suo bravo più fidato, l’aveva visitata
ed anche lui era stato commosso dall’innocenza e dalla fede di Lucia, che gli ripete
una frase destinata a rappresentare per lui l’unica via di speranza, durante la
successiva, tormentata notte insonne: “Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia!”.
Al mattino, l’Innominato sente suonare giù nel paese le campane a festa, vede i
paesani che escono dalle case, e si accompagnano tra loro per le vie; e prova invidia
di quella semplice felicità. Scopre che si festeggia la presenza del Cardinal Federigo,
e decide di andare a parlarci, senza sapere bene cosa avrebbe detto. Federigo intuisce
le motivazioni interiori dell’Innominato, gli manifesta subito affetto, e lo convince
a riconoscere finalmente la sua conversione, che è una specie di piccolo miracolo
all’interno dei Promessi Sposi, come commenta il cappellano con i preti dopo il
dialogo: “Haec mutatio dextera Excelsi”: questo cambiamento è opera della destra
di Dio. Oltre alla speranza della salvezza, con la conversione in senso umano e
civile l’Innominato raggiunge una crescita spirituale che sarebbe stata altrimenti
impossibile, donando significato e fiducia a tutta la sua vita seguente. Un uomo
può essere grande nel male ma solo nel bene può essere ancora più grande.
Leggendo questo passo, non posso esimermi dal ricordare la mia professoressa del
ginnasio Laura Pontigia, che ci leggeva i brani dei Promessi Sposi con tanta partecipazione
che non solo non producevo i miei soliti disegnini sul quaderno, ma addirittura
mi ricordavo la lezione senza doverla ripassare a casa.
Giacomo Leopardi - La ginestra
- File WMA di 7.2MB (durata 15'17")
La Ginestra è stata scritta da Leopardi nel 1836, cioè quando aveva 38 anni ed si
era trasferito a Napoli, dove sarebbe morto l’anno successivo. In quell’epoca si
era diffuso un ottimismo spiritualistico che tendeva a celebrare l’uomo ed il progresso
come se fossero il fine ultimo dell’esistenza della vita. Al termine della sua evoluzione
filosofica, Leopardi è invece approdato ad una concezione che nella Ginestra viene
espressa in modo definitivo: non a caso il Leopardi volle che essa fosse posta a
chiusura della raccolta dei suoi Canti pubblicati postumi.
Alle tendenze del suo tempo, Leopardi preferisce l’illuminismo del secolo precedente
che poneva al centro dei valori umani la conoscenza razionale, che tuttavia deve
essere completata dal riconoscimento della fragilità e della precarietà della condizione
umana; solo da questa consapevolezza può nascere una vera fraternità universale
che permetta di superare gli odi e le divisioni tra gli uomini “ancor più gravi
d’ogni altro danno”; un messaggio universale ancora oggi di mai tramontata attualità.
La ginestra è un fiore che riesce a crescere nelle condizioni più difficili, in
questo caso sulle pendici coperte di lava pietrificata del Vesuvio, che rappresenta
la forza della natura “matrigna” che può distruggere l’uomo in ogni momento. Su questo dovrebbero meditare coloro che esaltano le sorti dell’uomo,
e con ironia Leopardi cita “le magnifiche sorti e progressive”, da un lavoro del
1832 di Terenzio Mamiani, che tra l’altro era suo cugino, in cui presupposto era
che la vita civile si basa sulla religione e seguendo la legge evangelica gli uomini
si devono amare come fratelli per “condurre ad effetto con savia reciprocanza di
virtù e fatiche le sorti magnifiche e progressive dell’umanità”, in pratica promettendo
agli uomini la prosperità a condizione del rispetto della religione. A questa visione
il Leopardi contrappone la constatazione che la natura non ha alcun riguardo per
l’uomo e che quindi la solidarietà deve essere basata sulla coraggiosa accettazione
della vita come continua lotta contro la natura. Ai toni polemici della
prima parte, fa seguito una commossa contemplazione della grandezza dell’universo,
in confronto alla quale la piccolezza dell’uomo è considerata con toni di accorata
pietà.
La lirica si apre con una epigrafe dal vangelo secondo Giovanni: “Kai egàpesan oi
ànthropoi màllon to scòtos è to phòos”, “e gli uomini vollero piuttosto
le tenebre che la luce”, dove la luce che gli uomini rifiutano in questo caso rappresenta
la presa di coscienza razionale della realtà.
Ugo Foscolo - Dei Sepolcri
- File WMA di 6.9MB (durata 14'36")
Nel 1804 l’editto di Saint-Cloud
stabilì che le sepolture non dovessero più avvenire nelle chiese, ma in cimiteri
fuori città e con lapidi tutte uguali. Mentre da una parte i motivi sanitari dell’editto
furono senz’altro giusti, dall’altra parte veniva negato il valore e l’utilità stessa
delle tombe. Il Foscolo discusse dell’argomento con il suo amico veronese Ippolito
Pindemonte, e da quello spunto nacque una riflessione più approfondita che lo spinse
a scrivere Dei Sepolcri, che furono pubblicati nel 1807, quando lui aveva 29 anni.
Il Foscolo ha una visione laica della vita, ma tutto il poema è intriso
di una religiosità che nasce dal riconoscimento del valore civile e politico che
i sepolcri hanno e, come scrisse egli stesso, “ha per iscopo di animare l’emulazione
politica degli italiani con gli esempi delle nazioni che onorano la memoria e i
sepolcri degli uomini grandi”. I grandi uomini citati nel testo sono il
Parini, che scrisse satire contro la decadenza morale di Milano e fu sepolto in
una fossa comune; Orazio Nelson, che dopo la battaglia di Aboukir, dove sconfisse
la flotta Napoleonica, fece tagliare l’albero maestro alla nave ammiraglia, e se
ne fece costruire la bara; Machiavelli, Michelangelo, Galileo e Vittorio Alfieri,
sepolti in Santa Croce a Firenze; i poeti Dante e Petrarca ed infine Omero, che
avendo immortalato le gesta degli antichi eroi greci e troiani, simboleggia la poesia
che riesce a tramandare il ricordo dei grandi uomini in eterno anche quando i monumenti
sono distrutti dal tempo.
Parlando dei sepolcri, il Foscolo indica in realtà quello che è il
vero senso della vita umana, sia pure nei suoi limiti terreni; senza promettere
alcuna vita oltre la morte, ci insegna tuttavia che gli uomini trovano l’immortalità
negli ideali che seguono e nelle opere che lasciano ai loro posteri. Ho voluto tenere
Dei Sepolcri come brano conclusivo proprio per questa visione storica della opera
dell’uomo, che sarà anche un microbo destinato all’oblio nello spazio cosmico, ma
che può avere un valore assoluto se gli uomini stessi sapranno dare alle loro vite
quei valori umani e civili che sono universali e che non hanno bisogno di essere
giustificati da una religione o una ideologia, come il coraggio, la giustizia e
la pietà.
Il carme si apre con una citazione dalle XII tavole di Roma, in contrapposizione
polemica con l’editto di Sait-Cloud: “Deorum manium jura sancta sunto”, “Siano
rispettati i diritti degli Dei Mani”, cioè degli estinti, a cui si deve un culto
che gli uomini devono considerare sacro.