papo Iacopo Vettori
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DataTesto
25/02/2010 0.00.00All'inizio del XXI canto del Paradiso Dante guarda verso Beatrice, e vede che non sorride più, ma lei subito gli spiega che essendo loro saliti al settimo cielo, quello di Saturno, la sua bellezza si è accresciuta al punto che il suo sorridere l'avrebbe incenerito, come Sèmele, la figlia di Cadmo, re di Tebe, che fu amata da Giove e partorì Bacco, che fu indotta dalla gelosa Giunone a chiedere a Giove di apparirle in tutta la sua divina potenza, ma quando egli accettò di farlo, lei morì fulminata dall'eccessivo splendore. Poi lo invita a guardarsi intorno, e Dante le obbedisce con lo stesso piacere che prova nel guardarla. Nel corpo trasparente di Saturno, che secondo la mitologia regnò nell'età dell'oro, nella quale gli uomini non erano malvagi, Dante vede una immensa gradinata dorata, di cui non distingue la fine. Su e giù per la scala vede muoversi tante anime quante sono le stelle in cielo, in modo simile alle "pole", cioè ai corvi grigi, che al mattino volano chi lontano, chi avanti e indietro, chi roteando intorno al nido. Una di loro si avvicina a Dante, che però esita a parlare, aspettando un cenno d'assenso da Beatrice. Lei se ne accorge e lo invita a parlare, e forte dell'autorizzazione ricevuta, Dante si rivolge all'anima e le chiede perché si sia avvicinata più delle altre, e perché tutte le anime stiano in silenzio, senza innalzare i canti che ha sentito negli altri cieli. Il beato dice che esse tacciono per lo stesso motivo per cui Beatrice non sorride: i sensi del corpo mortale di Dante non potrebbero sopportare l'eccessiva bellezza dei loro cori. Poi spiega di essersi avvicinato per fargli festa e potergli parlare, ma tutte le anime fervono dello stesso amore per lui, come appare dalla loro luminosità, ma che egli solo è stato destinato da Dio a farsi più avanti degli altri. Dante risponde di capire come la libera volontà dei beati coincida con la stessa volontà di Dio senza alcuna imposizione, ma non riesce a capire i motivi profondi della scelta di Dio. L'anima gira sul proprio asse orizzontale come la mola di un mulino, e risponde che, sebbene la luce divina penetri in lei permettendole di contemplare Dio, neanche il serafino più vicino a Dio può penetrare fino in fondo alla sua volontà. Per questo, una volta tornato nel mondo mortale, è bene che Dante ricordi agli uomini di non pretendere di poter comprendere la volontà di Dio, essendo impossibile che le menti mortali, offuscate rispetto a quelle dei beati, vedano ciò che è invisibile anche dopo l'assunzione nei cieli. Dante allora chiede all'anima chi fosse quando era in vita, e questa risponde di aver iniziato una vita di eremitaggio presso il monastero di Fonte Avellana, sotto il monte Catria, una cima isolata degli Appennini umbro-marchigiani, accontendandosi di cibi magri conditi con olio, e sopportando senza disagi le intemperie delle stagioni. Ai suoi tempi da quell'eremo vennero molte anime sante, mentre ora è sterile in confronto. Egli fu Pier Damiani, chiamato Pietro Peccatore quando visse nell'abbazia di Santa Maria di Porto Fuori sull'Adriatico. Anche se "Petrus peccator monacus" era la firma che Pier Damiani usò in alcune lettere, Dante lo confonde con un altro Pietro Peccatore che fu sepolto in quella abbazia. Prosegue il suo racconto: quasi al termine della sua vita fu nominato cardinale, titolo che oggi si assegna a chi non lo merita. Anche qui, Dante non sa che egli fu fatto cardinale quindici anni prima di morire, e che cinque anni prima di morire egli rinunciò alla carica per tornare alla vita monastica, altrimenti avrebbe senz'altro citato questo fatto nella sua invettiva finale. Pietro e Paolo (il "vas electionis" dello Spirito Santo) erano magri e scalzi, ed elemosinavano il cibo, ora invece gli uomini di chiesa devono essere sorretti a destra e a sinistra per la loro mole, ed essere alzati da dietro per montare a cavallo, con mantelli così sfarzosi e grandi "che due bestie van sott'una pelle". Oh pazienza di Dio che sopporti così tanto! A questa esclamazione, tutte le anime si avvicinano e prendono a girare, fermandosi intorno a Pier Damiani e levando un grido così alto che Dante non riesce a comprenderlo, frastornato dal fragore del rimbombo.
05/02/2010 0.00.00Il XX canto del Paradiso inizia con il paragone delle luci dei beati che compongono l'immagine dell'aquila con le stelle che, in base alle credenze del suo tempo, Dante riteneva brillare per la luce riflessa del sole, come oggi sappiamo accade solo per i pianeti. Terminato il discorso del canto precedente, le anime sono viste non più come un'unica immagine di aquila, ma come singole luci che intonano un canto in cui manifestano tutto il loro ardore verso Dio. Le anime sono chiamate "flailli", parola che non ha altre occorrenze in tutta la letteratura, ma che si ritiene significare "flauti" (altri propongono "fiaccole"). Quando il canto finisce, Dante sente un suono simile ad un fiume che scende rigoglioso, dando prova della abbondanza della propria fonte. E come sil suono di una cetra si forma dove le corde toccano il lanico, o nei fori della zampogna, così quel suono indistinto composto dalle tante voci delle anime prende forma nel collo dell'immagine dell'aquila, che torna a rivolgersi a Dante parlando in prima persona singolare. Essa invita Dante a guardare le anime che compongono il suo unico occhio, essendo la testa dell'aquila rivolta di profilo. Questo è composto da un'anima che fa da pupilla e cinque anime che formano l'arco superiore dell'occhio. La pupilla è Davide, il re di Israele che è ritenuto essere l'autore dei Salmi e trasportò l'arca dell'alleanza da Gabaon a Geth e poi a Gerusalemme (dove entrò ballando di giubilo in lode al Signore come già ricordato in un altorilievo nel X canto del Purgatorio), ed ora sa quanto fu meritevole la sua opera, con il premio che ha ricevuto. La prima anima che forma l'arcata del ciglio, quella più vicona al becco, è Traiano, che nello stesso altrorilievo del X canto del Purgatorio rende giustizia ad una povera vedova che aveva perso il figlio, ed ora che ha fatto esperienza del limbo, sa quanto si possa perdere se non si segue Cristo. Accanto a lui c'è Ezechia, re di Giuda, che con il suo pentimento ottenne di rinviare la propria morte di quindici anni, in cui poté meritare la propria salvezza, e che ora sa come ogni preghiera sia già prevista nell'onniscienza di Dio, che dunque non muta il suo volere quando le accoglie. Lo spirito seguente è l'imperatore Costantino, che trasferì la sede dell'impero a Bisanzio, con le sue leggi e con l'insegna dell'aquila che ora è rappresentata dai beati. Egli è responsabile della donazione di Costantino, che portò alla corruzione della Chiesa, ma poiché il suo atto fu compiuto con buona intenzione, non gli è attribuito come colpa. Accanto gli è Guglielmo II d'Altavilla, re di Sicilia e di Puglia, che lo rimpiangono, adesso che piangono sotto Carlo II d'Angiò re di Napoli e Federico II d'Aragona, re di Sicilia. Adesso sa quanto il cielo ama i re giusti, come infatti il suo fulgore manifesta. L'ultima luce è Rifèo, che nell'Eneide di Virgilio è brevemente descritto come "il più giusto e il più rispettoso dell'equità"... come possa essere in Paradiso, sarà spiegato tra poco: certamente egli conosce la grazia divina più di ogni altro, per quanto neanche lui possa scorgerne il fondo. L'aquila tace come un'allodola che dopo aver volato cantando, si posa come saziata dalla dolcezza delle sue ultime note. Anche se i beati possono vedere i pensieri di Dante, egli non frena la sua sorpresa di aver visto i due pagani Traiano e Rifèo, e chiede: "Che cose son queste?". E l'aquila, ravvivata la sua luce, gli spiega che la volontà divina si lascia vincere volentieri dal caldo amore e dalla speranza degli uomini, e così quelle due anime poterono morire come cristiani effettivi: Traiano, già nel limbo, fu richiamato in vita dalle preghiere di San Gregorio Magno, papa dal 590 al 604, ed ebbe così la possibilità di convertirsi ed accedere al Paradiso. Rifèo fu così dedito all'esercizio della giustizia, che Dio gli concesse la grazia di prevedere la futura redenzione, e più di mille anni prima di Cristo egli fu battezzato dalle tre virtù teologali Fede, Speranza e Carità, che Dante aveva visto danzare vicino alla ruota destra del carro che gli apparve nel Paradiso terrestre, come ci ha raccontato nel XXIX canto del Purgatorio. L'aquila chiude il suo discorso: "O predestinazione, quanto sei incomprensibile a chi non ha la visione di Dio! E voi mortali, non giudicate superficialmente, dal momento che neanche noi beati, malgrado la nostra visione di Dio, possiamo sapere chi sarà salvato! Ma questa mancanza ci è dolce, perché si adegua al volere divino" (questa cautela potrebbe corroborare la mia tesi fantateologica esposta alla fine del canto precedente, sulla possibile "prova d'appello" per i destinati al limbo, che allora forse neanche i beati possono conoscere...). Come un buon suonatore di cetra accompagna un buon cantore, durante il discorso dell'aquila, le luci delle due anime sante si muovevano in sincronia come gli occhi in un battito di ciglia.
22/01/2010 0.00.00Nel XIX canto del Paradiso, davanti a Dante si presenta l'aquila che rappresenta la giustizia, composta come un mosaico dalle anime che fruiscono della beatitudine nel cielo di Giove, ognuna delle quali pare un piccolo rubino che riflette la luce del sole. Dante deve ora riferirci una visione mai concepita prima: non solo la forma ed il movimento, ma anche la voce dell'aquila composta dai beati è una sola, e parla usando il singolare, rappresentando la personificazione della giustizia stessa. Dice: "Sono qui a godere della gloria che supera ogni desiderio, perché in vita fui giusto e pio; la memoria che ho lasciato sulla terra è tale che anche i malvagi la lodano, anche se sono incapaci di seguire il mio esempio". La voce, dice Dante, era una, come uno è il calore che emana da molte braci. Poi prende la parola: "O fiori di letizia eterna, che vi manifestate con un unico profumo, risolvetemi il dubbio che sulla Terra ho cercato inutilmente di comprendere; so che anche se gli angeli dell'ordine dei Troni che fanno da specchio alla giudizia divina risiedono in un altro cielo (quello di Saturno), anche voi, che siete beati per aver amministrato bene la giustizia sulla terra, la comprendete senza alcun ostacolo. Sapete con quanta attenzione vi ascolto, e sapete quale è il dubbio che mi assilla". Come gli altri beati, anche le anime di questo cielo possono leggere in Dio qual è il pensiero di Dante. L'immagine dell'aquila si pavoneggia allora come un falcone da caccia quando gli sia stato tolto il cappuccio, esprimendo così la letizia dei beati, e intona un canto la cui bellezza può essere compresa solo da chi ha meritato il Paradiso. Poi risponde: "Colui che tracciò con il compasso i confini dell'universo, in cui poi mise tante cose occulte e tante cose manifeste, non poté riversare nella sua creazione tanto valore, che non fosse infinitamente superato dal suo concetto divino. Ne è la prova che Lucifero, che riunì in sé quanto di più perfetto potesse esserci in una creatura, per la sua superbia cadde ancora imperfetto, in quanto non fu capace di attendere la grazia divina. La vostra ragione è come un solo raggio della luce di D