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papo La terza ipotesi
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Riduzione all'Open Individualism

Come arrivare ad una nuova versione di monopsichismo ragionando in modo riduzionista

di Iacopo Vettori - Dicembre 2017

Critica del concetto di identità applicato agli oggetti

6. Da un punto di vista riduzionista, l’identità degli oggetti generici è riconducibile a qualche caratteristica materiale o strutturale. Per questo, dobbiamo considerare due gruppi di teorie: quelle che, in ultima analisi, riducono l’identità a qualcosa di materiale, e quelle che, in ultima analisi, riducono l’identità a qualcosa di strutturale.

7. Le teorie che riducono l’identità a qualcosa di materiale presuppongono che gli oggetti materiali abbiano una qualche “identità intrinseca” che non sia strutturale. Poiché tutti gli oggetti sono composti da parti, dobbiamo affrontare il paradosso della nave di Teseo: se gradualmente si sostituiscono i componenti di un oggetto complesso, finiamo con l’ottenere un oggetto nuovo di zecca, senza più alcuno dei suoi componenti originali. Il paradosso originale si riferisce alla mitica nave di Teseo, la prima nave mai costruita, che secondo la leggenda fu conservata dagli ateniesi e manutenuta nel corso degli anni sostituendo le parti via via deteriorate, finché nessuna parte originale era più al suo posto. Se crediamo che l’identità degli oggetti dipenda solo dalla loro struttura, allora possiamo ritenere che l’identità della nave non sia cambiata. Se invece pensiamo che l’identità degli oggetti dipenda dall’identità intrinseca di qualcosa di materiale, dobbiamo concludere che l’oggetto complesso rappresentato dall’intera nave abbia perduto la sua identità originale. Se qualcuno avesse conservato tutte le parti sostituite, potrebbe ricostruire la nave originale, per quanto deteriorata. Secondo questo punto di vista, l’identità di ogni oggetto complesso dipende dall’identità degli oggetti più semplici che lo compongono. Ma ragionando in questo modo, ci troviamo rapidamente ridotti a considerare l’identità intrinseca delle particelle atomiche elementari.

8. Poiché stiamo valutando l’identità degli oggetti come base per il concetto di identità personale, dobbiamo tenere presente il fatto che noi cambiamo continuamente la materia che costituisce il nostro corpo, letteralmente ad ogni respiro che prendiamo. Si dice comunemente, non senza una qualche base scientifica, che ogni sette anni cambiamo completamente tutta la materia che costituisce il nostro corpo. A rigore, lo scambio è più complesso ed avviene a velocità diverse per diverse parti del corpo, ma in pratica è una concezione che rispecchia quello che ci accade fisicamente. Per questo motivo, i riduzionisti che sostengono questa teoria dell’identità personale sono costretti a riconoscere che, al contrario di quanto siamo indotti a credere, non abbiamo la stessa identità personale che avevamo sette anni fa. Con questa affermazione non si intende dire che siamo semplicemente invecchiati di sette anni; si intende dire che noi siamo effettivamente una persona diversa, che crede di essere la stessa persona che esisteva sette anni fa solo perché abbiamo ereditato gran parte dei suoi ricordi, dei sui desideri, dei suoi scopi. Ma quella persona aveva un corpo fisico costituito da materia completamente diversa da quella che oggi costituisce il nostro corpo. Se qualcuno avesse collezionato tutte le particelle elementari originali via via sostituite nel nostro corpo, potrebbe in linea di principio ricostruire lo stesso individuo che eravamo sette anni fa, costituito esattamente dalle stesse molecole originali.

9. Anche sospendendo il giudizio sulla questione dell’identità personale, tornando a ragionare solo dell’identità degli oggetti fisici, dobbiamo affrontare un'altra difficoltà. Il problema sta nel fatto che la fisica afferma che le particelle elementari si distinguono per le loro proprietà misurabili, ma non assegna loro alcuna identità intrinseca. Si dice che sono “indistinguibili”. E se vogliamo immaginare che esse possano avere qualche nascosta proprietà univoca a cui potremmo ancorare la loro identità, allora stiamo sostenendo una teoria che non può competere con le teorie dualiste sul terreno della non-falsificabilità, perché sarebbe anch’essa non-falsificabile. Si potrebbe pensare che l’identità di una particella potrebbe definita dalla sua traiettoria nello spaziotempo, che deve necessariamente essere univoca. In realtà, questa sarebbe una proprietà geometrica più adatta al concetto di identità basato sulla struttura, che discuteremo tra poco. Bisogna comunque tenere presente che le coordinate nello spaziotempo non sono assolute, ma sono sempre relative a qualche sistema di riferimento.

10. Il fatto che le particelle fondamentali siano indistinguibili è difficile da accettare: il nostro senso comune ci suggerisce che ogni particella abbia una propria posizione, e se potessimo seguire la sua posizione mentre si muove nello spazio, potremmo sostenere con sicurezza che la particella abbia una precisa identità che non cambia nel tempo. Ma la fisica moderna ci dice che la realtà è molto più complessa. Anche se possiamo avere una serie di rilevazioni coerenti nello spazio, niente può garantire che si tratti sempre della stessa particella rilevata in momenti successivi. L’equazione che esprime la posizione delle particelle nel tempo le considera come se fossero onde e restituisce come risultato la probabilità di ogni possibile nuova posizione dopo un certo intervallo di tempo. Considerare la particella rilevata nella posizione finale come la stessa particella rilevata nella posizione iniziale è una generalizzazione arbitraria dovuta dal nostro modo di pensare, ma non si basa su una realtà fisica. La fisica quantistica considera tutte le particelle come continuamente emerse e scomparse in una cosiddetta “schiuma quantistica” di particelle virtuali. Dovremmo pensare alle particelle elementari come la controparte localizzata di un dato pacchetto di energia, non come a piccole palline materiali. Possiamo ancora pensare di associare un’identità ad ogni dato pacchetto di energia, ma il terreno diventa inadatto per la fondazione di un concetto di identità basato su qualcosa di materiale, perché i pacchetti stessi rappresentano addensamenti locali dell’energia totale dell’universo. Un chiaro articolo di Meinard Kuhlmann pubblicato da Scientific American nell’agosto 2013, e tradotto sul numero di Le Scienze di ottobre 2013 illustra bene tutti questi problemi sperimentali: http://www.lescienze.it/archivio/articoli/2013/10/02/news/che_cosa_reale_-1830043/. Studiando la materia fino ai limiti delle nostre capacità, abbiamo finito col ritrovarci con equazioni e pacchetti di energia che non possono aiutarci nel sostenere un concetto di identità basato su qualcosa di materiale. Se consideriamo tutti gli oggetti fisici come strutture temporanee costituite da pacchetti di energia che scaturiscono da una instabile schiuma quantistica, dobbiamo concludere che l’identità degli oggetti è sempre riconducibile a una convenzione di comunicazione ma non ha mai un valore assoluto. L’impossibilità di trovare un fondamento solido per il concetto di identità intrinseca degli oggetti, demolisce anche il fondamento dello stesso concetto di identità numerica. Questo finisce con il ridursi ad una semplice convenzione del linguaggio per rispondere ai nostri bisogni pratici di comunicazione quando parliamo degli oggetti fisici. Vediamo allora dove ci porta provare a considerare l’identità come qualcosa che deriva dalla struttura.

11. Secondo Derek Parfit, la nostra identità personale resta la stessa (e perciò noi restiamo le stesse persone) fin tanto che i nostri tratti psicologici restano abbastanza simili a quelli che già abbiamo. Dal punto di vista riduzionista, questi tratti psicologici hanno una corrispondenza fisica con una certa configurazione di neuroni nel nostro cervello. Per cui, secondo la proposta di Parfit, la nostra identità personale dipende dall’identità di un oggetto fisico definita in base alla propria struttura: l’identità di un cervello con la configurazione neuronale che implementa tutti i nostri tratti psicologici.

12. Possiamo anche dire che l’identità di un cervello potrebbe basarsi sulla sua capacità di generare pensieri. Potremmo allora dire che un cervello in sé non ha identità, ma acquisisce una identità solo quando è funzionante. Questo potrebbe essere considerato un livello più astratto di identità basata sulla struttura, ma in realtà non si baserebbe sulla identità di un oggetto, ma su una proprietà particolare che fa sì che l’oggetto diventi un soggetto. Torneremo più avanti su questa possibilità, una volta che avremo visto come il concetto di identità basato sugli oggetti non sia una buona base per derivarne il concetto di identità personale. Adesso, possiamo però notare come il concetto di “cervello funzionante” abbia senso solo dalla prospettiva di un osservatore senziente, perché esprime la capacità del cervello di generare una mente, che però sappiamo che esiste solo per la nostra esperienza diretta, ma non è deducibile da una semplice osservazione fisica: possiamo osservare solo la controparte fisica dell’attività del cervello, ma la nozione che quella attività genera una mente è provata solo dalla nostra esperienza personale diretta della nostra propria mente.

13. Poiché stiamo discutendo dell’identità degli oggetti per valutare se sia una base adeguata per definire l’identità personale, dobbiamo affrontare il problema rappresentato dal fatto che, poiché l’identità basata sulla struttura non è legata alla materia necessaria per costruire la struttura, in linea di principio noi potremmo costruire molti cervelli con la stessa identica struttura neuronale, e che quindi dovrebbero generare molte menti numericamente diverse ma con la stessa identità personale. Questo appare inammissibile, ed è proprio per questo motivo che l’Open Individualism viene istintivamente rifiutato come ipotesi impraticabile. Parfit prova ad evitare il problema introducendo una clausola che però ha conseguenze altrettanto controintuitive. Egli pensa che se il nostro corpo fosse distrutto ma poi ricostruito in un posto differente, mantenendo la stessa struttura originale, la nostra identità personale sarebbe conservata. Ma se il nostro corpo fosse duplicato senza distruggere la copia originale, allora Parfit ritiene che l’identità personale potrebbe non essere conservata nemmeno nel corpo originale. Per evitare la possibilità di avere due corpi fisicamente separati che potrebbero avere la stessa identità personale, Parfit ha bisogno di introdurre una clausola che specifica che l’identità personale è preservata a patto che esista solamente un singolo cervello fisico con le necessarie caratteristiche strutturali, per ogni istante di tempo. Questa clausola è quello che Daniel Kolak chiama un “epiciclo metafisico”, che solleva più problemi di quanti ne risolva. Una sua conseguenza implicita è che l’esistenza di una replica di me stesso da qualche parte nello spazio potrebbe influenzare la mia identità personale, e quindi che la mia identità personale non sarebbe definita solamente da una struttura interna al mio corpo, ma anche da qualche altra struttura presente nel mondo esterno a me.

14. In realtà, lo stesso problema si applica anche quando ragioniamo sull’identità degli oggetti semplici. Nella nostra vita quotidiana, sappiamo che due oggetti simili non sono mai realmente identici: se potessimo esaminarli a livello atomico, riusciremmo a scoprire delle piccole differenze anche in quelli apparentemente identici. Tuttavia, possiamo immaginare di avere due oggetti di dimensioni visibili, ad esempio due piccoli cristalli di sale, esattamente identici tra loro anche se confrontati atomo per atomo. Anche in questo caso, a livello intuitivo, non diremmo mai che, poiché hanno una struttura identica, allora devono avere la stessa identità. Faremmo sempre una distinzione tra loro, parlando di “quello a sinistra” e di “quello a destra”. Questo significa che anche l’ambiente esterno gioca un ruolo nella definizione dell’identità dei due oggetti. Ma se limitiamo la descrizione a un ambiente di dimensioni finite, allora la creazione di un ambiente identico introdurrebbe nuovamente una ambiguità nella descrizione. Per specificare lo stesso cristallo che prima potevamo chiamare semplicemente “il cristallo a destra”, dovremmo dire “il cristallo a destra dell’ambiente a sinistra” (o a destra). Per evitare definitivamente qualsiasi ambiguità nella definizione dell’identità di un oggetto basata sulla struttura, dovremmo considerare un ambiente così grande che sia impossibile copiarlo, per essere certi che la descrizione non sia ambigua nell’intero universo. Questo generalo stesso problema a cui ho accennato in precedenza, criticando il concetto di identità basato sulla materia, sulla possibilità di collegare l’identità di ogni particella elementare alla sua posizione o alla sua traiettoria nello spaziotempo. In ogni caso, finiamo con la necessità di dover considerare l’intero universo per poter definire l’identità di una delle sue parti.

15. In conseguenza a tutte queste considerazioni, ci troviamo a dover concludere che l’identità di ogni oggetto, e quindi, se siamo riduzionisti, anche l’identità personale di ogni essere vivente, non è determinata solo dalla sua struttura interna, ma anche dalla struttura dell’ambiente che lo circonda. L’identità di un oggetto non è una proprietà intrinseca che l’oggetto possiede a-priori, ma piuttosto qualcosa che può essere definito solo considerando l’ambiente che lo contiene, e per evitare ogni possibile ambiguità, l’ambiente da considerare deve essere esteso fino a includere l’intero universo.

16. Le parti di universo a cui noi assegniamo identità separate sono arbitrarie. Ad esempio, due isole vicine tra loro possono essere considerate come aventi due identità ben diverse, ma se il livello del mare scende abbastanza, possono diventare una sola isola, con una identità diversa dalle due precedenti, senza alcun mutamento nella loro struttura interna. È solo una questione di convenzioni pratiche considerarle come due oggetti differenti invece che una singola regione geografica più grande, o magari soltanto parti diverse del pianeta Terra. Le stesse considerazioni si applicano anche a oggetti che sembrano definiti con maggior precisione, come due cristalli o due orologi. Noi ci sentiamo rassicurati dal fatto che questi oggetti ci appaiono spazialmente separati. Effettivamente, questa condizione geometrica semplifica le nostre convenzioni di comunicazione, ma niente ci impedirebbe di assegnare loro identità diverse con metodi diversi, senza alcuna perdita in termini di realtà fisica, sia considerandoli come aggregati di componenti più piccoli che definiscono la loro identità, sia, più artificiosamente, come componenti di una coppia che ha una sua identità solo come coppia, come possiamo fare per una coppia di guanti o di calzini. La ragione per cui ci sembra naturale assegnare identità diverse a oggetti diversi come due orologi, è che ciascuno di essi può essere usato per compiere il lavoro di misurare il tempo. Questo lavoro però ha un significato solo per noi, perché siamo osservatori senzienti che sono consapevoli che alcuni oggetti possono essere usati per compiere un lavoro, ma resta il fatto che considerare un orologio come avente una precisa identità è una decisione che facciamo in modo arbitrario.

17. Considerare tutti gli oggetti come differenti regioni geometriche dell’intero universo, in pratica trasforma il problema della definizione dell’identità degli oggetti in quello della definizione dell’identità dell’universo. Ma l’unico modo di definire l’identità di un intero universo è quello di definire la sua struttura interna, non avendo altri termini di paragone. Se due universi non comunicanti fossero completamente identici in ogni istante della loro storia, la condizione che non siano comunicanti rende impossibile qualsiasi distinzione come quella che abbiamo immaginato nei cristalli di sale identici, quando potevamo dire che uno era a destra e l’altro a sinistra. Non potremmo neanche affermare che le loro storie si svolgono contemporaneamente, o che una precede l’altra. Senza un quadro comune di riferimento, queste distinzioni non possono avere significato. La dipendenza dell’identità basata sulla struttura dall’esistenza di una struttura esterna in cui localizzare le strutture da confrontare, rende impossibile definire una identità precisa all’universo intero e fa diventare circolare la definizione di identità di qualsiasi parte di universo.

18. Una volta perduto il concetto di identità per gli oggetti, anche la differenza tra i concetti di “tipo” e “istanze” degli oggetti svanisce. L’istanza di un oggetto può essere considerata come la attualizzazione di una data definizione di tipo, dotata di una identità univoca. Se ad esempio abbiamo un conio per fabbricare monete, il conio può essere considerato come il “tipo” che definisce nei minimi dettagli la struttura delle monete, e le monete fabbricate sono ognuna una “istanza” diversa di quel tipo, ognuna con una propria identità univoca, secondo la nostra intuizione istintiva. Ma una volta che abbiamo scoperto che anche l’identità univoca di ogni moneta deve fare riferimento all’identità univoca dell’intero universo, che non ha bisogno di alcuna identità perché non può essere confrontato con niente altro, il concetto di identità univoca perde qualsiasi senso se non quello di semplice supporto linguistico. Ma senza questo concetto, la definizione di una attualizzazione di una istanza senza identità di un tipo finisce con il coincidere con la stessa definizione del tipo. La descrizione del “conio” necessario per fabbricare un universo come il nostro coincide con la descrizione del nostro universo. Qualsiasi altro universo fabbricato con lo stesso “conio” non sarebbe una istanza uguale a quella del nostro universo ma con una identità diversa: sarebbe indistinguibile come due particelle elementari, ma senza un ambiente esterno in cui possono essere osservate insieme. Non avrebbe senso parlare di due copie di universo numericamente diverse ma dalla stessa identica struttura. È importante sottolineare che quando considero l’universo nella sua interezza, intendo che non ci sia alcuno scambio di informazione con niente di esterno. Se ad esempio noi scoprissimo alcune forze che per essere spiegate si devono presumere indotte da qualche universo parallelo, dovremmo considerare sia il nostro universo che l’universo parallelo, o magari un multiverso ancora più grande, come “l’intero universo” a cui mi sono riferito nella mia discussione. Una volta che il concetto di identità applicato all’intero universo svanisce, e sparisce la distinzione tra “tipo di universo” e “istanza di universo”, svanisce anche la distinzione tra l’esistenza teorica dell’universo e l’attualizzazione concreta dell’universo che sperimentiamo in prima persona. Intendo dire che possiamo immaginare di sperimentare direttamente il “tipo” di universo, invece che l’attualizzazione di una “istanza” di quel tipo. Questo concetto sarà ripreso più avanti quando discuterò il Problema Esistenziale Generale. 

 

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