papo La terza ipotesi
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Conclusioni

"Io e te siamo una sola cosa: non posso farti male senza ferirmi"
(Mahatma Gandhi)

Secondo il punto di vista della terza ipotesi, non esiste una vera e propria “legge morale” da rispettare, per cui non c’è alcun bisogno di distinguere le “buone intenzioni” da quelle cattive, però si capisce che ogni azione contiene in sé il proprio premio o la propria punizione, al di là di ogni giudizio etico; per questo, più dell’ideologia che ci può ispirare, sono importanti le azioni che riusciamo a compiere: se esse comportano un vantaggio anche per gli altri, significa che potremmo trarne un beneficio anche nelle nostre vite future. Applicando questo principio, dovremmo essere incoraggiati a comportarci nel modo migliore per l’umanità e per tutti gli esseri viventi nel loro complesso. Poiché comunque, nonostante ogni nostra buona intenzione, le sventure e gli eventi dolorosi accadono anche senza presupporre l’esistenza di una cattiva volontà, tutte le nostre azioni, seguendo il consiglio di Leopardi, dovrebbero essere rivolte alla difesa comune contro quella natura “che de’ mortali / madre è di parto e di voler matrigna”.

Se il nostro destino è quello di sperimentare senza tregua ogni concepibile "possibilità di vita", la nostra strategia migliore dovrebbe essere quella di evitare, per quanto ci è possibile, tutte le circostanze spiacevoli che pure fanno parte integrante dell'insieme di "tutte le vite possibili". Presupponendo di essere effettivamente dotati di una "possibilità di scelta", possiamo almeno rendere meno frequenti le scelte che peggiorano il nostro "karma collettivo" o, per esprimersi più laicamente, che peggiorano il nostro mondo, e la vita di tutte le creature che lo popolano. In pratica, ciò significa cercare di eliminare ogni dolore superfluo che stupidamente ci infliggiamo tra noi, e di rendere la vita un’esperienza più piacevole e gratificante possibile per tutti, poiché non avremo un altro paradiso se non quello che saremo in grado di costruirci da soli.

Sarebbe sbagliato immaginare che la terza ipotesi promuova comportamenti monastici o totalitaristici; la volontà di migliorare le proprie condizioni di vita è quella che incoraggia gli individui a cercare di sfruttare nel modo migliore le loro capacità; ma i riconoscimenti dati a questi meriti dovrebbero essere in funzione del miglioramento che il lavoro del singolo porta al benessere comune. Le gerarchie tra individui più o meno benestanti si creano in modo quasi automatico nella società, ma finché queste gerarchie rispecchiano effettivamente le capacità degli individui e l’utilità del lavoro che svolgono, è ragionevole che esistano, e non dovrebbero essere giudicate come prevaricazioni arbitrarie; sempre che esse risultino compatibili con una politica di tutela sociale che garantisca a tutti le stesse opportunità di istruzione, di assistenza sanitaria, e di partecipazione alla vita pubblica. La terza ipotesi non esclude neanche un limitato ricorso alla violenza, se non risultasse possibile alcun dialogo, e se fosse ritenuta il danno minore per la comunità nel suo complesso, anche se mi rendo conto che il giudizio su quale esso sia potrebbe non essere uguale per tutti. Ma spesso queste differenze di valutazione hanno alla loro base il fondamentale pregiudizio che “noi siamo noi” e “loro sono diversi da noi” e quindi probabilmente “valgono meno di noi”, per cui “loro possono essere bombardati in modo sommario” purché “venga garantita la sicurezza a noi, che siamo più importanti”; un pregiudizio per cui “la sorte degli inferiori non mi interessa”, tanto ormai “io ho la mia vita di privilegi che merito” e quindi “non sono fatti miei”. La terza ipotesi ci ammonisce che invece sono sempre "fatti tuoi", perché il tuo nemico di oggi è la tua reincarnazione di domani. Questo dovrebbe favorire dei giudizi più obbiettivi su cosa sia giusto e ingiusto.

La morale della terza ipotesi può avere anche una valenza consolatoria per chi è irrimediabilmente più disgraziato, che può sempre pensare che comunque gli appartengono anche tutte quelle vite che adesso potrebbe guardare con frustrazione; ma anche gli altri dovrebbero essere coscienti che la sua vita fa parte del loro stesso destino. Non si è mai definitivamente esclusi da niente, e tutti i destini ci appartengono in modo uguale. Una volta accettata questa idea, dovrebbe essere più facile superare l’invidia per coloro che stanno meglio di noi, l’indifferenza per chi sta peggio, e anche l’intolleranza per chi è diverso da noi. Le differenze esistono, e possono essere profonde e anche inconciliabili: esse sono il riflesso delle contraddizioni della nostra società, e delle differenti culture che la compongono. Ma la consapevolezza che potremmo essere tutti espressioni dello stesso "io" può contribuire a fondare una nuova cultura, in cui siano superate tante divisioni basate sui pregiudizi ingiustificati che oggi lacerano il mondo.

L’"io" comune della terza ipotesi, in quanto unica entità vivente effettiva, non può mai essere soppresso in modo "definitivo"; ma questo fatto non può essere considerato come un'istigazione a disprezzare la vita: al contrario, il vero valore della vita, di ogni vita, si evidenzia proprio nel momento in cui si azzera la presunta "sacralità dell’anima". Tutta l’importanza della vita risiede nelle persone fisiche, nella ricchezza delle loro esperienze, nelle capacità che hanno sviluppato, nella rete di affetti che hanno intessuto tra loro. Però, dalla terza ipotesi si può ricavare anche un certo conforto esistenziale, nel momento della perdita dei nostri cari o dell’avvicinarsi della nostra stessa fine: in fondo, siamo sempre noi che manchiamo a noi stessi, e la moltitudine di vite che ci circonda ci può infondere la fiducia che torneremo di nuovo qui, nei panni di ognuna delle persone che abbiamo incontrato.

Non esiste più l’incubo amletico della morte come paese dal quale nessun viaggiatore ritorna, e le nostre preoccupazioni possono più proficuamente essere concentrate sui nostri problemi reali, a cui adesso non possiamo più illuderci di sottrarci con la fine della nostra vita. Essi non possono essere ignorati semplicemente tenendoli fuori dalla porta, e continueranno a crescere finché non li affronteremo. Possiamo scegliere di credere che esista la possibilità di un'ispirazione di tipo trascendente che possa confortarci nei momenti difficili, o che sorregga le nostre scelte quando sono ispirate da propositi meritevoli; possiamo sentirci rassicurati nel considerarci strumenti di una volontà superiore a cui scegliamo di adeguarci: ma in ogni caso, dobbiamo essere consapevoli che le nostre vite sono indispensabili per l'attuazione di ogni progetto di miglioramento della nostra società. La terza ipotesi ci mette di fronte alle nostre responsabilità: non importa in quale condizione siamo nati, né quanto saremo fortunati: la nostra vita attuale è il compito che adesso dobbiamo assolvere, per sperimentare nuove soluzioni, per testimoniare l’esistenza di confini o di ingiustizie da superare. Questo può incutere timore, ma ormai possiamo considerarci abbastanza cresciuti per prenderci le nostre responsabilità, invece di continuare a sperare che qualcun altro aggiusterà le cose al posto nostro. Il nostro destino dipende unicamente dalla nostra capacità di cooperare e di condividere in modo solidale le nostre comuni risorse.

Se giudicate plausibile la terza ipotesi, dovreste sentirvi maggiormente spinti ad affrontare i problemi del mondo con una nuova urgenza, una maggiore sollecitudine. Il destino dei bambini denutriti dell’Africa sub-sahariana improvvisamente non è più un numero su una statistica, ma qualcosa che ci riguarda più da vicino, una minaccia che incombe al di sopra di noi stessi. La possibile catastrofe ecologica della Terra non è più una cosa che riguarderà solo i nostri pronipoti: riguarderà direttamente ognuno di noi. Non è ammissibile continuare a immaginare l’"aldilà" come una perenne vacanza, “giustamente meritata” solo in base al nostro meschino giudizio, mentre nell’“aldiquà” continua la lotta per la sopravvivenza, che continua a mietere vittime tra i più indifesi. Personalmente, preferisco tornare qui e continuare a tornare perché del lavoro da fare ce n’è ancora tanto. L’unica cosa che spero, è di trovarmi in una condizione che mi permetta di sentirmi utile. E allora, questa condizione è quella “minima” che deve poter essere garantita a tutti noi, perché se crediamo che la terza ipotesi possa davvero essere corretta, essa è l’unica che ci permetta di avere un po’ di fiducia e di speranza anche per tutte le nostre vite future.

Appendice: considerazioni aperte.

 

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