papo La terza ipotesi
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Argomenti a Favore della Individualità Aperta

di Iacopo Vettori - Gennaio 2012

“Ma non ha niente addosso!” disse un bambino alla fine.
(Hans Christian Andersen, "I vestiti nuovi dell’Imperatore")

4) Il Problema Esistenziale Individuale

Cosa intendiamo quando ci chiediamo "Potevo non essere mai esistito?", e perché solo l'OI può dare una risposta razionale. Uno sguardo al Problema Esistenziale Generale.

Finora abbiamo visto che, malgrado quello che può sembrare ad una prima occhiata, una valutazione attenta dimostri che l’OI non abbia bisogno di niente di tecnicamente più strano di quello che le teorie alternative richiederebbero. Semplicemente esso usa come regole normali alcuni fenomeni che le teorie alternative sono costrette ad accettare in circostanze eccezionali. Tutti hanno le proprie convinzioni personali e si può sempre pensare che alcuni problemi siano destinati a rimanere senza soluzione, ma valutando il problema che sto per presentare, si dovrebbe riconoscere che l’OI può portarci un passo più lontano di quanto possano tutte le teorie alternative. Dobbiamo solo riconoscere e superare i nostri preconcetti abituali.

Sotto il nome di “problemi esistenziali” cadono molte questioni che potrebbero essere proficuamente divise in due categorie: una relativa al “Problema Esistenziale Individuale” (PEI) e l’altra relativa al “Problema Esistenziale Generale” (PEG).

Il PEI riguarda questioni come “perché (anch’)io esisto?”, “potevo non essere mai esistito?”, “quali sono le condizioni necessarie per la mia esistenza?”, “qual è la probabilità che esse potessero avverarsi?” ed anche “può veramente il mondo esistere senza di me?”

Il PEG riguarda questioni come “perché la vita esiste?”, “la vita poteva non essere mai esistita?”, “quali sono le condizioni necessarie per l’esistenza della vita?”, “qual è la probabilità che esse potessero avverarsi?” ed anche “può veramente il mondo esistere senza la vita?”

Si può notare che le questioni nei due gruppi sono essenzialmente le stesse, la prima riferita a un soggetto specifico (io), la seconda, più generalmente, a tutti gli esseri viventi (e potrebbe essere ristretta a tutti gli esseri viventi coscienti). In estrema sintesi, la forza dell’OI rispetto alle teorie alternative è che riesce a risolvere il PEI riducendolo direttamente al PEG. La mia esistenza non è più un problema individuale, ma diventa un problema generale. Può sembrare un vantaggio piccolo, ma in verità si tratta dell’unico modo di eliminare un’altrimenti inevitabile sensazione di essere stato il soggetto di una particolare grazia o fortuna o qualcosa di irrazionale e inspiegabile. Ma vediamolo nel dettaglio.

Riguardo al PEI, dobbiamo rilevare che tutto il mistero deriva dall’esistenza di altri esseri coscienti diversi da me. Anche se adottiamo il modello informatico per il quale ognuno di noi è rappresentato da una riga nella tabella di Tutti gli Esseri Viventi Coscienti (la tabella TEVC), ciascuno con il suo insieme univoco di attributi, questo non mi impedisce di meravigliarmi ritrovandomi ad essere “l’utente esclusivo” della riga specifica che contiene la mia descrizione. Sono consapevole che tutte le descrizioni ammissibili devono essere presenti, così non mi sto meravigliando del semplice fatto che esista anche la mia riga specifica, ma mi meraviglio di come anche io sia uno dei possessori di una delle descrizioni elencate nella tabella TEVC. Il semplice fatto che per qualsiasi teoria alternativa all’OI, qualsiasi altra riga nella tabella TEVC descriva una struttura che, una volta realizzata, permette l’emersione di una “istanza di coscienza” diversa dalla mia, mi costringe a prendere atto che a priori non c’è niente in alcuna riga che possa rivelare che essa possa far emergere proprio la mia “istanza di coscienza” invece di un’altra diversa dalla mia, non importa se utilizzando proprio gli stessi dati che incidentalmente risultano definire me. Il fatto che “io” sia l’istanza di coscienza che è emersa da una data riga è una cosa di cui mi trovo a dover prendere atto solo a posteriori, ma non può avere alcuna motivazione intrinseca. Il limite di ogni teoria riduzionista è che tutto ciò che essa può dire è “come” sono fatte le cose, “come” avvengono i fenomeni, ma non possono dire niente su “chi” qualcuno sia. Anche se potessimo avere tutte le informazioni disponibili, tutto quello che queste teorie potrebbero dire su di noi è che io corrispondo alla descrizione della riga X e tu corrispondi alla descrizione della riga Y. Ma non possono dare alcuna ragione del perché io mi trovi a corrispondere a X e non a Y, o del perché io mi trovi ad esistere, in un qualsiasi modo, dato che secondo qualsiasi teoria non-OI devo assumere che il mondo esisterebbe anche senza la mia umile presenza. Questo è il fondamento del PEI: per ogni teoria non-OI, la mia esistenza personale è destinata a rimanere per sempre un mistero irresolubile.

Questa linea di ragionamento facilmente resta incompresa o viene rifiutata perché sembra fatalmente dualistica, così proverò a spiegarla in modo più dettagliato. Capisco che questo modo di ragionare richieda di immaginare di “svolazzare al di sopra del mondo” ed esaminare la tabella, le righe, me e la mia descrizione da un punto di vista trascendentale e dualista, ma consideratelo come una libera speculazione come l’uso dei numeri complessi nel calcolo di un’equazione matematica: quello che importa veramente è che il risultato sia espresso usando solo i valori reali. Comprendo pienamente che anche quando assumo che le condizioni della mia nascita siano complesse quanto si vuole, finché restano un numero finito, presto o tardi possono realizzarsi e così, considerando tutti i mondi possibili, ogni tanto può accadere che io nasca. Ho dedicato il capitolo precedente a spiegare che questo dovrebbe essere ritenuto vero per ogni teoria riduzionista che non assume che sia necessaria una descrizione di lunghezza infinita per definire un dato essere cosciente, così non mi meraviglio del fatto che ogni tanto la mia combinazione sia selezionata, ma questo non risolve il PEI. Il mistero più profondo è quello di ritrovarmi vivo, qualsiasi sia la combinazione a cui i trovo associato. Il problema del possessore del biglietto che ho presentato nei miei primi scritti voleva significare proprio questo. Se immagino di codificare tutto il contenuto della mia “riga personale” della tabella TEVC in un singolo numero intero (che per la verità sarebbe enorme), il risultato potrebbe essere considerato come il mio numero di biglietto nella lotteria della vita. Quando la mano del fato estrae il mio biglietto, io vengo alla luce. Non mi meraviglio di avere un numero invece di un altro, come non mi meraviglio del colore dei miei occhi o dei miei capelli, o di qualsiasi altro mio attributo. Non mi meraviglio di quanto piccola sia la probabilità che fosse estratto il numero del mio biglietto nella lotteria della vita, perché sono perfettamente consapevole che in ogni caso, presto o tardi sarebbe venuto il mio turno, dato che le estrazioni sono infinite e possono essere considerate casuali ma equilibrate, come discusso in precedenza. Mi meraviglio piuttosto del semplice fatto di trovarmi qui con un biglietto in mano, fissandolo e chiedendomi il perché. Il vero mistero del Problema Esistenziale Individuale non è la circostanza di trovarsi occasionalmente ad essere uno dei vincitori del gioco, ma la più basilare constatazione di essere uno dei giocatori.

Il mistero è di come possa essere accaduto che io sia il proprietario di uno dei biglietti, non che il mio biglietto sia estratto. Il mistero è che esista una riga particolare della tabella TEVC che definisca esattamente una entità che, una volta realizzata, possa far emergere il mio personale soggetto-in-sé. Questo non significa che non poteva esistere una riga come quella che mi definisce. Questo significa che, così come le altre righe generano una persona che non sono io (una persona “non-io”), posso facilmente immaginare che anche la mia riga avrebbe potuto generare un’altra persona “non-io”, lasciandomi al di fuori del gioco. Se immagino di esaminare tutte le righe della tabella, posso immaginare di trovare la riga che mi definisce, ma posso anche immaginare che potrei essere stato generato da un’altra riga, anche se così non è stato, e posso anche immaginare che potrei non essere stato generato affatto da alcuna riga. Anche se capisco che la mia riga sia un elemento necessario della tabella TEVC, che altrimenti sarebbe incompleta, non c’è alcuna ragione che possa spiegare perché dovrei ritrovarmi ad essere uno dei soggetti generati da una qualsivoglia riga della tabella. Non posso vedere alcuna necessità del mio essere un soggetto-in-sé, dal momento che ne esistono tanti altri e posso ben immaginare che un ulteriore “altro” avrebbe potuto benissimo prendere il mio posto, lasciandomi fuori dal gioco. Questo problema sorge non appena mi rendo conto che gli altri esistono e che il mondo esisterebbe anche senza di me,così è inevitabile per qualsiasi tipo di teoria non-OI, sia il Closed o l’Empty Individualism, di tipo dualista o riduzionista. A questo punto sono obbligato ad accettare come un mistero inesplicabile il semplice fatto di essere uno dei soggetti generati da qualche riga della tabella TEVC.

Questo non può essere liquidato semplicemente dicendo che non si tratta di un modo riduzionista di ragionare, perché questa risposta non risolve il problema di essere parte del gioco. Sono consapevole di stare parlando di un soggetto-in-sé astratto che dovrebbe essere interpretato come un fenomeno originato da un processo fisico, ma anche in una teoria strettamente riduzionista posso ben distinguere tra tutte le cose materiali necessarie per generare un fenomeno e il fenomeno in sé. Posso accettare di considerarmi come un soggetto illusorio che emerge da una sequenza di stati mentali originati come effetto collaterale dell’attività cerebrale, ma ciò che costituisce l’illusione non deve essere confuso con il soggetto che sperimenta l’illusione. Il fatto che ogni rete neurale possa creare una sua illusione differente dalle altre non implica che il soggetto che la sperimenta debba essere considerato necessariamente un soggetto diverso. È esattamente quello che sperimentiamo in ogni istante, mentre rimaniamo la stessa persona attraverso i continui mutamenti nella rete neurale del nostro cervello. Questo è il motivo per cui le teorie riduzioniste che negano l’OI devono ammettere l’EI, che considera la persistenza del soggetto come un’altra illusione, anche se la nostra memoria ci inganna, facendoci credere di avere un’esistenza continua. Ma anche questa spiegazione non può dare ragione del mio essere una “istanza di coscienza” omaggiata dell’esclusiva proprietà di un “frammento di vita” che mi permette di essere vivo di tempo in tempo.

Anche se non si accetta questa linea di pensiero perché non riduzionista, mi chiedo come ci si possa sentire a proprio agio immaginando che il proprio destino sia collegato da sempre a una specifica combinazione di valori chiave, senza accorgersi che questo implicherebbe una specie di ‘privilegio esclusivo’, anche se non si assume che la propria combinazione di valori chiave debba necessariamente implicare il nostro attuale stato di benessere. Come non meravigliarsi che esistano alcuni eventi in grado di causare la nostra esistenza, e di farci diventare (o farci sentire come se fossimo) una effettiva “istanza di coscienza”? Siamo costretti ad accettare come un dato di fatto che il nostro destino ab aeterno sia quello di rappresentare la coscienza quando e solo quando essa emerge in un corpo che ha quegli attributi che si suppone ci definiscano. Bisogna rendersi conto che considerare una “istanza di coscienza” associata in modo assoluto ad una riga, fa sì che essa possa essere considerata come una entità metafisica assoluta così come viene considerata essere la non-instanziabile coscienza dell’OI. Pensare di essere il destinatario di una grazia per essere una delle “istanze di coscienza” ammesse non è meno mistico di assumere che la coscienza sia sempre la stessa, perché l’“istanza di coscienza” delegata dall’eternità a manifestarsi in alcune circostanza specifiche ha lo stesso grado di “assolutismo” dell’“Anima Cosmica”, ma non può dare alcuna risposta al PEI come fa l’OI. Il primato dell’OI riduzionista sulle teorie riduzioniste non-OI consiste nel fatto che esso non ci richiede di accettare alcun tipo di dono o fortuna, né altro che non sia inesplicabile da un punto di vista razionale, che dovrebbe essere accettato come un ‘dato di fatto’.

L’OI risolve il Problema Esistenziale Individuale riducendolo al Problema Esistenziale Generale, che è un problema enorme comune a tutte le teorie. Può sembrare una piccola differenza, perché a causa del suo riferimento al PEG, alla fine anche la risposta di OI al PEI resta incompleta, ma è l’unica soluzione che non richiede di arrenderci ad accettare il PEI come un dato di fatto senza possibilità di spiegazione. Il PEI nasce dal semplice prendere atto che la (presunta) esistenza di altre persone diverse da me dimostra in modo irrefutabile che il mondo sarebbe esistito anche senza la mia umile presenza, e proprio questo è ciò che mi costringe a ritenermi in qualche modo il destinatario di una grazia o una fortuna particolare. Finché non si abbatte la (presunta) distinzione tra le diverse “istanze di coscienza”, niente può impedirmi di chiedermi perché la mia personale “istanza di coscienza” sia una di quelle privilegiate dalla proprietà esclusiva di una specifica riga della tabella TEVC, qualsiasi sia la riga da cui si trova ad essere generata.

Considerare diversa ogni “istanza di coscienza” solo perché generata da una struttura diversa, ci obbliga a fare i conti con il PEI. Ci costringe a credere che la nostra “istanza di coscienza” dovesse necessariamente essere una di quelle esistenti. Questa non è una conseguenza logica del fatto che tutti gli eventi possibili, presto o tardi, dovranno accadere. L’OI sembra richiedere un ‘privilegio’ ancora maggiore (“perché proprio la mia istanza di coscienza dovrebbe essere l’unica che esiste?”), ma in realtà non lo fa, perché non c’è nessuno che possa rimanere ‘escluso’. Pensare che anche la coscienza non-instanziabile dell’OI sollevi questo problema è un errore logico, perché implica di stare considerando che le altre possibili coscienze siano state eliminate arbitrariamente per permettere a quella rimasta di essere l’unica (una a caso tra le molte possibili). Questo ragionamento perde di vista il fatto fondamentale che qui stiamo esaminando la possibilità che la coscienza non sia istanziabile, proprio perché il concetto di “istanziazione multipla” porta a problemi ingestibili. Così, non dobbiamo “sceglierne una” ed usare sempre quella: dobbiamo postulare che la coscienza non sia istanziabile e quindi esiste o non esiste, si manifesta o non si manifesta, ma non può mai essere scelta da un insieme di alternative.

Dopo quello che abbiamo detto sul concetto di istanza di coscienza individuale, la non-località, l’aspetto mistico delle nascite multiple e di altri problemi tecnici che sembravano affliggere solo l’OI, abbiamo visto che basta applicare semplicemente le stesse soluzioni che tutte le teorie alternative riduzioniste hanno bisogno di applicare in circostanze eccezionali. Una volta eliminati tutti i preconcetti di maggiori difficoltà tecniche per l’OI, non c'è nient’altro che ancora impedisca di adottarla come soluzione praticabile, ed è l’unica che possa offrire una spiegazione per il PEI. Qualcuno potrebbe sempre preferire di pensare che il PEI sia un problema privo di risposta. Ma poiché nasce dalla semplice esistenza di altre presunte “istanze di coscienza” diverse dalla mia, senza l’OI esso è destinato a rimanere per sempre un problema senza risposta. Una volta che abbiamo visto che una soluzione esiste, e che quella soluzione è l’unica possibile, dovremmo assumerla come vera, almeno finché qualcuno non evidenzia qualche errore o ne propone una migliore (che, io penso, non la confuterebbe ma la migliorerebbe).

Vale la pena di menzionare che l’OI offre una soluzione facile a tutte le questioni sull’identità personale che le teorie alternative devono gestire introducendo ipotesi artificiose, nessuna definitivamente convincente, come descritto in http://plato.stanford.edu/entries/identity-personal/, dove l’OI non è nemmeno menzionato. Inoltre, risolve il problema di determinare il momento in cui un feto inizia ad avere un’identità personale, perché non è più necessario che sia scelta o determinata in un preciso momento, e può diventare un evento graduale come il momento del nostro risveglio ogni mattina. Molte altre questioni relative al “Doomsday Argument”, al “Self Indicating Assumption” e in generale tutte quelle che coinvolgono gli effetti di selezione dell’osservazione (come quelli descritti da Nick Bostrom in http://www.anthropic-principle.com/book/book.html), possono essere gestiti usando l’OI in modo da evitare tutti i paradossi descritti nell’articolo. Ma questi problemi potrebbero avere delle spiegazioni alternative da quella fornita dall’OI, almeno se riconosciamo la possibilità di nascite multiple in uno stesso mondo. Il PEI invece è un problema causato dal semplice fatto di considerare che gli altri esseri coscienti hanno una identità personale diversa dalla mia, così si tratta di un problema inevitabile e irresolubile comune a tutte le metafisiche non-OI.

Il punto chiave per l’OI è il riconoscimento che l’identità personale non dipende da alcun insieme di dati, ma direttamente dalla funzione della coscienza, di modo che i dati possono ogni volta definire la forma e i limiti che la coscienza sperimenta, possono definire “come” sia la coscienza, ma non possono influenzare “chi” la coscienza sia. Questo non richiede alcuna forma di condivisione di informazioni, né di volontà comune tra tutti noi. Ogni volta che viviamo una vita, i nostri pensieri sono limitati dalle informazioni presenti nella nostra memoria e dalle nostre capacità individuali di intelligenza e immaginazione. Comprendere che logicamente noi dobbiamo essere sempre proprio la stessa persona non ci fa acquisire istantaneamente alcuna capacità paranormale. Ma posso testimoniare che ci dà una maggiore empatia reciproca o, almeno, una maggiore volontà di raggiungere una maggiore empatia. Nella mia vita ordinaria, provo a fare del mio meglio usando la mie facoltà nel modo più produttivo che posso, ma allo stesso tempo riesco anche a farmi carico dei miei sbagli con più coraggio, sapendo che comunque tutti i successi degli altri sono sempre anche successi miei.

Sul PEG, dobbiamo notare che non è influenzato dall’OI/EI/CI nelle loro versioni dualiste o riduzioniste. Esso rappresenta il problema più grande che possiamo porci, e dubito che possiamo veramente immaginare una soluzione. Può essere diviso in due problemi:

1) Il Problema Teorico: Dobbiamo prendere atto che, tra tutti i possibili mondi che potevano mai esistere, ne esiste almeno uno che ha permesso la presenza della vita. Questa non è una cosa che possiamo considerare scontata. L’esistenza della vita avrebbe potuto essere un problema senza alcuna soluzione. Ma la nostra presenza qui ed ora, dimostra che almeno una soluzione esiste.

2) Il Problema Pratico: Una volta che sia data una soluzione teorica, questo non significa che il mondo corrispondente possa davvero esistere. Sappiamo che qualsiasi cosa può essere creata dalle fluttuazioni del vuoto, ma anche questo implica che esista il vuoto e anche la regola che esso possa fluttuare. La differenza è la stessa che c’è tra il progetto di un motore e l’esistenza di un motore pienamente funzionante. Questo è quello che Stephen Hawking si chiede alla fine del suo libro “Dal Big Bang ai Buchi Neri”: “Cos’è che dà vita elle equazioni?”.

Può darsi che la risposta sia veramente al di là delle nostre possibilità. La mia immaginazione più sfrenata mi porta a pensare che la fondamentale regola-di-tutte-le-regole sia composta da due condizioni per l’effettiva esistenza di un mondo: la coerenza logica interna e la presenza della coscienza. Secondo questo punto di vista, ogni mondo possibile può essere espresso come un sistema formale abbastanza complesso da permettere la formulazione della proposizione di Gödel: “Io non sono dimostrabile all’interno di questo sistema formale”. Questo è come concepisco la coscienza nel mondo materiale. Questo potrebbe essere possibile solo se siamo disposti ad ammettere che il mondo possa avere qualche regola che non sia completamente deterministica, ma solo probabilistica, come si suppone che abbia la meccanica quantistica. Questa indimostrabilità potrebbe essere il motivo principale del perché sia in discussione se la coscienza richieda inevitabilmente una concezione dualista. Il paragone del fenomeno della coscienza con una proposizione indimostrabile di un sistema formale mostra che essa non richiede di presupporre alcuna sostanza metafisica diversa da quella materiale che il mondo già richiede, e può essere interpretata in un modo logico e non-mistico, anche se rimarrà per sempre oltre la possibilità di una spiegazione scientifica. Qui sto speculando, ma non sto usando il Teorema di Incompletezza di Gödel per propugnare la causa dell’OI, ma solo per mostrare come il fenomeno della coscienza possa essere qualcosa che si manifesta in questo mondo anche se non può essere dimostrato dalle leggi della fisica.

Il Problema Teorico può aiutarci a capire il punto principale del PEI: il problema della mia esistenza individuale non è collegato all’improbabilità della realizzazione di tutte le condizioni che si presumono necessarie per la mia nascita. Questo sarebbe equivalente al Principio Antropico che spiega perché il nostro universo sia tarato perfettamente per la vita postulando l’esistenza di molti altri universi: è chiaro che non potremmo mai essere nati in uno dei mondi non adatti alla vita, per cui non possiamo meravigliarci delle perfette condizioni che riscontriamo nel nostro. È l’applicazione del principio di selezione dovuto alla presenza di osservatori di cui parla Nick Bostrom nel suo saggio. Lo capisco e sono d’accordo, ma il paragone corretto è quello con il Problema Teorico del PEG: il vero mistero inesplicabile è il semplice fatto che esista una qualsiasi combinazione di forze perfettamente tarate e di leggi della fisica che permettano l’esistenza della vita, che il problema ammetta almeno una soluzione teorica.

Lo stesso problema non può essere evitato anche quando ragioniamo sul PEI in modo non-OI: la cosa che mi meraviglia è che esista una qualsiasi combinazione di attributi perfettamente tarati che definisce un essere vivente che, una volta realizzato, permetta l’emersione della mia “istanza di coscienza”. Quello che mi meraviglia è che il problema della emersione della mia “istanza di coscienza” ammetta almeno una soluzione teorica. Non posso accettarlo come ‘dato’ senza la sensazione di accettare qualche assunzione mistica. Come possiamo sentici a nostro agio, anche assumendo la più radicale teoria riduzionista? Capisco che tutti i casi possibili possano accadere. Ma dov’è scritto che la mia coscienza individuale possa manifestarsi come effetto collaterale di uno (qualsiasi) di questi casi? Dove è scritto che la mia coscienza dovesse esistere in ogni caso? L’OI scioglie questo nodo Gordiano affermando che tu sei la coscienza, così se la coscienza è possibile, non devi considerarti come una particolare “istanza” di essa, ma solo come una forma diversa del fenomeno della coscienza. Se riesaminassi la tabella con tutti gli esseri coscienti di cui abbiamo discusso, potresti accorgerti che comunque, qualsiasi teoria riduzionista tradizionale ti obbliga a considerarti come “la coscienza, quando essa sia istanziata con questi attributi chiave particolari”. Così, dov’è il problema nel considerarsi come “la coscienza, comunque essa sia istanziata”?

In questo modo, la coscienza può essere considerata come un concetto base come lo spazio e il tempo, un elemento fondamentale necessario per dare un’esistenza reale ad ogni tipo di mondo possibile, anche se ogni volta che viene alla luce, le sue condizioni sono necessariamente relative al mondo che le fa da contesto. Questa può sembrare un punto di vista solipsistico, ed in un certo senso lo è. Daniel Kolak in “I Am You” usa il termine “Independence-Friendly solipsism”. Ma il solipsismo tradizionale nega l’esistenza degli altri, o almeno la possibilità della dimostrazione della loro esistenza effettiva. Secondo la mia concezione dell’OI, ognuno di noi ha una vera esistenza, ma le nostre vite sono sempre sperimentate dallo stesso “io”, anche se ogni volta assume una differente forma e memoria. In base a questo punto di vista, l’OI ci può consentire una definizione di esperienza ‘reale’, distinguendola da una solo immaginata: un’esperienza è reale solo se le sue conseguenze sono sperimentate dal nostro “io” comune più di una volta. Immaginate di avere un sogno in cui incontrate un amico e gli date un’informazione, e che il vostro amico faccia lo stesso sogno, così che una vota sveglio egli possa utilizzare quell’informazione. Penso che la vostra esperienza sognata possa classificarsi come ‘vera’, e non solo immaginaria. L’“io” deve essere considerato sempre lo stesso anche in ogni possibile universo parallelo ed anche in ogni eventuale coscienza artificiale creata all’interno di un mondo virtuale. Non importa quanti livelli di astrazione si possano immaginare, l’esperienza della coscienza deve avere sempre lo stesso soggetto. Questo è permesso dal carattere generale del nostro approccio informatico, ed è richiesto dal PEI, altrimenti riapparirebbe come lo spettro della domanda senza risposta: “perché esisto?”.

Concepire il mondo come il prodotto incrociato tra la coscienza e tutti i possibili contesti che permettono l’emersione della coscienza ci dà il più alto grado possibile di libertà. Possiamo considerarci gli sperimentatori di tutte le possibili varianti di multiverso proposte da Max Tegmark nel suo articolo “Universi Paralleli”, o di tutte le possibili storie che potremmo mai trovare nella “Biblioteca di Babele” narrata da Jorge Luis Borges. Possiamo anche immaginare di generare una coscienza artificiale in un mondo virtuale, ed essere certi che, se emerge una vera coscienza, questa sarà di nuovo un’altra delle nostre esperienze reali, come quella che stiamo sperimentando oggi. Non dovremmo essere invidiosi o disinteressati delle condizioni di vita degli altri. La vita di ognuno sarà sempre una nostra propria esperienza. Dovremmo sempre tenerlo in mente nelle nostre relazioni personali, cercando di ottenere il meglio per tutti dalle risorse naturali disponibili. Non c’è bisogno di immaginare un aldilà, né di sperare in una forma di consapevolezza completa di tutto l’universo. Può darsi che la nostra attuale condizione umana sia una delle migliori forme di consapevolezza che sia mai possibile raggiungere, e diventare coscienti dell’Open Individualism sia l’unico modo di elevarsi al di sopra della corta veduta delle nostre vite, e di motivare i nostri sforzi per costruire un mondo migliore per tutti.

Riferimenti

Stephen Hawking, “Dal Big Bang ai Buchi Neri”, Rizzoli, 1988
Douglas Hofstadter, “Gödel, Escher, Bach”, Adelphi, 1984
Douglas Hofstadter and Daniel Dennett, “L’io della mente“, Adelphi, 1993
Douglas Hofstadter, “Anelli nell’io “, Mondadori, 2008
Daniel Kolak, “I Am You”, Springer, 2005
Derek Parfit, “Reasons and Persons”, Oxford University Press, 1984
Julian Barbour, "La fine del tempo", Einaudi, 2003
Jorge Luis Borges, ”La biblioteca di Babele”, da “Finzioni”, Einaudi, 1955
Paul Davies, "Una fortuna cosmica", Mondadori, 2007
Roger Penrose, “La mente nuova dell’imperatore”, Rizzoli, 1991
Max Tegmark, “Universi paralleli”, Le Scienze, 2003
Nick Bostrom, “Anthropic Bias: Observation Selection Effects in Science and Philosophy”, Routledge, 2002
Eric Olson, “Personal Identity”, Stanford Encyclopedia of Philosophy, 2010

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