papo La terza ipotesi
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Riduzione all'Open Individualism

Come arrivare ad una nuova versione di monopsichismo ragionando in modo riduzionista

di Iacopo Vettori - Dicembre 2017

Il problema della definizione e della persistenza dell’identità personale

1. Per affrontare il problema della definizione dell’identità personale (cioè definire cos’è che permette a un particolare organismo fisico di essere percepito da me come “mio”) e della sua persistenza (cos’è che permette a questo organismo di continuare ad essere percepito da me come “mio”, nonostante i suoi continui mutamenti fisici), esistono storicamente due famiglie di teorie: le teorie dualiste e le teorie riduzioniste. Ai nostri giorni le teorie dualiste hanno pochi sostenitori, perché devono appellarsi a qualcosa che non ha una realtà fisica osservabile con gli strumenti di indagine scientifica. Questo ne fa delle teorie non falsificabili, e per questo non sono molto considerate nel dibattito scientifico e filosofico contemporaneo. Tuttavia, per ragioni di completezza non le escluderò nella mia discussione. Sono convinto che ogni fenomeno mentale corrisponda a un particolare processo fisico, ma come sarà possibile constatare, la mia critica all’identità personale sarà rivolta principalmente verso l’identità di tutte le entità fisiche, e questo potrebbe indurre a credere che il dualismo possa offrire una soluzione alternativa. Io penso che anche una soluzione dualista non potrebbe funzionare, mentre invece l’Open Individualism può offrire una soluzione migliore, che riesce a superare il vero problema alla base della contrapposizione tra le teorie riduzioniste e quelle dualiste.

2. In breve, le teorie dualiste postulano che la nostra identità personale sia determinata da un’anima o da un suo sostituto concettuale, intendendo dire che esiste qualcosa che non è rilevabile dalla fisica ma che ha una identità ben definita e grazie a questo ognuno di noi possiede una propria ben definita identità personale. Questo soddisfa il problema di definire da cosa dipenda l’identità di una persona (“io sono la mia anima”) e spiega il problema della persistenza (l’anima non cambia durante il corso della nostra vita). Alcune teorie possono sostenere che l’anima abbia qualche caratteristica ulteriore non riducibile a niente di fisico, altre la considerano solo come un segnaposto per la nostra identità personale. Non considero rilevanti queste differenze. Oltre al problema della non-falsificabilità, il difetto cruciale delle teorie dualiste è che se noi supponiamo che l’identità personale di ogni individuo sia definita dalla sua anima, la ragione dell’esistenza della nostra identità personale è condannata a rimanere sempre senza alcuna spiegazione razionale: siamo costretti a riconoscere di ritrovarci ad essere un’anima con una propria identità univoca, corrispondente a un corpo fisico assegnato in modo forse arbitrario, ma nessuno potrà mai spiegare perché la mia anima e quindi la mia identità personale dovessero necessariamente esistere. Siamo costretti a prendere la nostra condizione come un “dato di fatto”, come se ognuno di noi fosse predestinato a vivere la sua vita, fin dall’inizio dei tempi, senza alcuna possibilità di porsi domande sul motivo di questo dato di fatto. Questo punto sarà affrontato in dettaglio più avanti, quando discuterò il Problema Esistenziale Individuale.

3. Per evitare l’accusa di dualismo, le teorie riduzioniste sull’identità personale devono appellarsi a qualcosa di fisico a cui ridurre l’identità personale, ma questa necessità finisce per creare più domande che risposte. Queste teorie sono state discusse da molti filosofi riduzionisti e i loro problemi sono analizzati in dettaglio da Derek Parfit nel suo libro Reasons and Persons (“Ragionamenti e Persone”), pubblicato dalla Oxford University Press nel 1984. I problemi che questi filosofi discutono non riescono a raggiungere delle risposte soddisfacenti perché il loro tentativo è quello di definire l’identità personale ancorandola all’identità degli oggetti, dando per scontato che l’identità degli oggetti rappresenti un terreno abbastanza solido per questo scopo, quando in realtà, come vedremo, è anch’essa molto problematica. Inoltre, il problema della persistenza dell’identità personale diventa così difficile da trattare che Parfit e altri autori vi rinunciano del tutto, asserendo che in realtà noi cambiamo gradualmente la nostra identità personale nel corso degli anni.

4. All’inizio della parte del suo libro che tratta dell’identità personale, Parfit fa una distinzione tra identità qualitativa (l’identità che hanno in comune due oggetti fatti nello stesso identico modo) e identità numerica (l’identità propria di ogni oggetto, che resta immutabile nel tempo). All’inizio, Parfit dice che l’identità personale riguarda l’identità numerica di una persona, ma alla fine, dopo avere esposto tutte le sue considerazioni, egli è costretto a concludere che in ogni teoria riduzionista, l’identità personale deve ridursi ad una identità di tipo qualitativo, tranne nel caso in cui più di una persona abbia la stessa identità qualitativa, durante uno stesso intervallo di tempo di durata significativa. Questa eccezione solleva domande più numerose dei problemi che tenta di risolvere, ed infatti il dibattito su questa conclusione è tuttora aperto. Ad ogni modo, il lavoro di Parfit identifica l'origine del senso del sé nella Continuità Psicologica e nella Connettibilità Psicologica. La Connettibilità Psicologica (Psychological Connectedness) rappresenta l’esistenza di una qualche connessione psicologica diretta tra due stati mentali, come il possesso degli stessi ricordi, le stesse intenzioni, gli stessi desideri ecc. Come la somiglianza fisica, può essere di vari gradi: è considerata forte quando sussistono un numero alto di connessioni tra due stati mentali, anche se Parfit non definisce precisamente i requisiti per considerare sufficiente il numero di connessioni. La Continuità Psicologica è il mantenimento di una catena ininterrotta di stati mentali con forte Connettibilità Psicologica tra due stati consecutivi. Questi concetti sono importanti anche quando si considera il quadro concettuale dell’Open Individualism, perché costituiscono la base della nostra illusione di essere diversi soggetti di esperienza, che posseggono identità personali distinte tra loro che però non cambiano nel tempo.

5. Dal punto di vista riduzionista, lo stato psicologico di una persona può essere fatta corrispondere ad una struttura fisica di neuroni nel cervello, e quindi la concezione di Parfit alla fine riduce l’identità personale ad una forma di identità qualitativa della struttura fisica che la realizza. Altri filosofi, come Thomas Nagel, pensano che l’identità personale debba necessariamente dipendere dal fatto che il nostro cervello è costituito da una massa di materia differente da quella degli altri cervelli, poiché ogni cervello è una struttura indipendente dalle altre. Questo implica che sia possibile assegnare ad agglomerati di materia una specifica identità numerica, da cui dipenderebbe anche l’identità personale. Entrambe queste teorie hanno il problema di spiegare la persistenza dell’identità personale nel tempo, perché sia la materia di cui il nostro corpo è costituito, sia la struttura in cui essa è organizzata cambiano gradualmente nel tempo. Parfit pensa che la nostra identità personale cambia gradualmente nel tempo, man mano che la Connettibilità Psicologica non è più mantenuta in modo sufficientemente forte tra lo stato psicologico attuale ed uno stato psicologico precedente sufficientemente lontano. Parfit però non definisce precisamente i requisiti per stabilire se la Connettibilità Psicologica sia sufficientemente forte da evitare il cambio dell’identità personale. Nella sua concezione l’identità personale cambia gradualmente, e diventa problematico stabilire per quanto tempo persista o quali siano le condizioni per cui una persona possa essere considerata “la stessa persona”. È possibile immaginare che la sussistenza di tutte le condizioni necessarie non duri più di un istante, riducendo verso lo zero la durata dell’esistenza di una specifica identità personale. Questo è il motivo per cui Daniel Kolak ha chiamato questa teoria “Empty Individualism”, o dell’“Individualità Vuota”. Nel caso più estremo, dovremmo immaginare di essere congelati in un singolo istante di tempo, soggetti all’illusione che il tempo scorra. Trovo questa concezione inquietante e claustrofobica, ma per poterla liquidare definitivamente dobbiamo aspettare di considerare il Problema Esistenziale Individuale discusso più oltre. Altri filosofi sono propensi ad immaginare che una persistenza basata su una combinazione di elementi materiali e strutturali possa permettere all’identità personale di non mutare durante l’intera vita di un individuo, o forse per un periodo più breve, ma in ogni caso più a lungo di un singolo istante. In realtà, neanche un modello misto riesce a rispondere a tutti i problemi che sorgono. Il punto fondamentale è che tutte le attuali teorie riduzioniste sull’identità personale considerano l’identità personale come direttamente dipendente dall’identità dell’oggetto fisico che rappresenta il cervello, o una parte più grande del corpo che include il cervello. Per questo motivo, per criticare dalle fondamenta questo concetto dell’identità personale, dobbiamo iniziare criticando il concetto di identità applicato agli oggetti inanimati.

 

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