papo La terza ipotesi
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Argomenti a Favore della Individualità Aperta

di Iacopo Vettori - Gennaio 2012

“Ma non ha niente addosso!” disse un bambino alla fine.
(Hans Christian Andersen, "I vestiti nuovi dell’Imperatore")

2) La debolezza del concetto di “identità di istanza”

Perché il soggetto-in-sé che emerge dall’attività mentale dei cervelli fisici può essere considerato sempre come la stessa precisa “coscienza-in-sé”, invece di una singola “istanza di coscienza”.

L’esempio informatico proposto della tabella che elenca Tutti gli Esseri Viventi Coscienti (la tabella TEVC) può essere riformulato in un modo più materialista che potrebbe essere più facile da comprendere. Potremmo considerare “l’insieme di tutti i cervelli possibili in grado di far emergere una coscienza”. In questo caso la coscienza individuale, secondo il punto di vista materialista tradizionale, può essere interpretata come un “soggetto illusorio” delle esperienze (“illusorio” nel senso che può credere di avere un’esistenza indipendente dall’attività del cervello fisico che lo genera), che sorge in qualche modo misterioso dalla sequenza degli stati mentali che avvengono nel cervello, e corrisponde a quello che Kolak nel suo libro “I Am You” ha chiamato il “soggetto-in.sé”, e che dovrebbe essere usato come un segnaposto dell’identità personale anche quando il soggetto sperimenta qualsiasi tipo di estreme trasformazioni. I riduzionisti puri possono sostenere che anche la mia convinzione di essere una persona sia solo un’illusione, ma come minimo io sono qualcosa che sperimenta questa illusione, così è sempre possibile riferire la definizione di “soggetto-in-sé” a quel “qualcosa” che è convinto di essere “qualcuno”, se si preferisce.

In qualsiasi teoria riduzionista è necessario immaginare che l’identità di una persona dipenda da qualcosa nel corpo o nel cervello, forse nell’intera struttura o forse in una sua parte, forse della durata di una intera vita, o forse di un solo istante. Douglas Hofstadter nel suo libro “I am a strange loop” (“Anelli nell’io”), identifica la coscienza individuale in una struttura logica che chiama “lo strano anello”. Egli pensa che poiché ciascuno di noi ha la propria istanza individuale di strano anello, dobbiamo corrispondentemente avere anche una nostra identità personale individuale. Ogni istanza di cervello ha la propria istanza di strano anello che a sua volta genera una differente istanza di coscienza, un differente soggetto-in-sé, che per queste ragioni non può essere pensato come un’istanza condivisa tra tutti i differenti cervelli dell’insieme di “tutti i cervelli possibili in grado di fare emergere una coscienza”.

Ma qual è il vero significato di una “istanza di cervello” e dell’insieme di “tutti i cervelli possibili”? È davvero qualcosa di cui possiamo parlare tranquillamente in modo riduzionista e razionale? Come possiamo definire in modo sicuro la differenza tra due cervelli diversi e lo stesso cervello in due stati diversi? Se i cervelli sono oggetti che cambiano nel tempo, possiamo immaginare facilmente che due cervelli diversi possano evolversi in uno stato perfettamente identico, rimanere sincronizzati a lungo quanto si vuole, e poi divergere di nuovo in stati differenti. Cosa dovremmo pensare dell’identità personale dei soggetti generati da essi? L’Empty Individualism (EI), per lo meno nella sua versione più radicale, tenta di risolvere questo problema assumendo che ogni singolo stato del cervello generi un diverso soggetto-in-sé, in modo da evitare la necessità di un astratto e dualistico “segnaposto di identità personale” in grado di mantenere lo stesso soggetto-in-sé attraverso la transizione tra due differenti stati del cervello, e che permetterebbe anche di distinguere le identità di due cervelli molto simili che potrebbero eventualmente evolversi nello stesso stato. Secondo l’EI, anche se conserviamo la memoria del nostro passato non siamo la stessa persona che eravamo ieri, o un anno fa, o venti anni fa, o un minuto fa (versioni differenti di EI possono proporre differenti durate per la persistenza della stessa identità personale). Altre proposte possono fare appello a cose come la continuità del flusso di coscienza, praticamente legando l’identità del soggetto-in-sé alla storia degli stati passati del cervello. Ma entrambe queste soluzioni non possono evitare definitivamente il vero problema che finora sembrava affliggere solo l’Open Individualism: la necessità di accettare la non-località del soggetto-in-sé.

Per vederlo, consideriamo due copie fisiche della stessa identica struttura cerebrale che si evolve nella stessa maniera (o congelata in un singolo istante per la versione radicale della teoria dell’Empty Individualism). Possiamo immaginare facilmente due cervelli identici isolati ognuno nel proprio mondo, ma posti fisicamente uno accanto all’altro (si può pensare ai due cervelli immersi in due vasche come quelli proposti nel libro “L’io della mente” di Daniel Dennet e Douglas Hofstadter). Potremmo dire che essi generano lo stesso soggetto-in-sé, o dovremmo invece pensare che essi generano due soggetti distinti, anche se perfettamente identici in ogni loro attributo? Se preferiamo pensare che essi generano lo stesso soggetto-in-sé, stiamo accettando la non-località, una delle più controverse caratteristiche dell’Open Individualism. Se preferiamo pensare che essi generano due soggetti-in-sé numericamente diversi, basandoci sulla considerazione che questi cervelli sono due istanze numericamente diverse dello stesso modello di cervello, costituiti da atomi differenti e/o dislocati in due diverse posizioni nello spazio, dobbiamo affrontare alcuni problemi che non possono essere risolti senza accettare un qualche tipo di dualismo, come possiamo vedere esaminando in dettaglio cosa intendiamo con “istanza”.

È lo stesso concetto di “istanza” ad essere debole di per sé. C’è un dibattito in corso sull’identità degli oggetti, inclusi quelli inanimati, che può essere riassunta dal Paradosso della Nave di Teseo (http://en.wikipedia.org/wiki/Ship_of_Theseus). La conclusione è che il significato di “identità” per gli oggetti inanimati dipende dall’uso che vogliamo fare dell’oggetto in questione. L’origine del problema è che ogni oggetto materiale è un aggregato di molecole, che sono strutture di atomi, composti da particelle elementari come quark ed elettroni. Così, alla fine, la “vera identità” di un oggetto è delegata alla “vera identità” delle particelle elementari che lo costituiscono. Il problema è che non esiste alcuna “identità” per le particelle elementari (http://en.wikipedia.org/wiki/Identical_particles), così non è possibile immaginare che esse possano avere alcun tipo di “identità di istanza” che possa permetterci di pensare che un oggetto macroscopico possa avere un’identità ereditata dagli atomi che lo compongono. L’unico modo di assegnare una “identità di istanza” intrinseca ad un oggetto è quello di assumere che le particelle abbiano una qualche proprietà nascosta che possa funzionare come la colonna ID nella nostra tabella di database TEVC. Ma questo potrebbe essere considerato come un “dualismo per particelle”.

L’abitudine di assegnare un’identità agli oggetti, specialmente ai nostri oggetti personali che hanno per noi un significato affettivo, alla fine deriva dai nostri preconcetti originali sull’identità personale. Poiché siamo limitati nello spazio dal nostro corpo, un fatto che Daniel Kolak nel suo libro chiama “FEC” (Fact of Exclusive Conjoinment), noi supponiamo di essere persone diverse, e questo ci porta a proiettare una “identità intrinseca” in tutti gli oggetti materiali, nello stesso modo in cui crediamo di avere separate “identità personali intrinseche”. Così la strategia dei teorici riduzionisti di evitare l’OI immaginando che l’identità personale possa dipendere da un qualche insieme di attributi, che possono rappresentare soltanto delle restrizioni di una definizione, risultano basate su una supposizione (gli attributi possono definire l’identità) che è dedotta da un fatto assunto come vero (noi abbiamo identità differenti). Ogni vero riduzionista dovrebbe rigettare come dualistico ogni concetto di “identità intrinseca”. Forse potrebbe ancora avere fiducia in un concetto di identità più pratico, ma anche allora esistono sottili difficoltà che impediscono di ottenere una definizione rigorosa di identità.

Quando nella vita quotidiana diciamo che due oggetti sono differenti istanza dello stesso tipo di base (ad esempio, due monete), deleghiamo la loro identificazione alla loro posizione e a qualche piccola differenza o imperfezione. Ma come rendiamo più precisa la definizione del tipo, anche queste imperfezioni possono diventare una parte di questa definizione, condivisa da tutti gli oggetti dello stesso tipo. Quando la definizione diventa così precisa da non ammettere alcun tipo di imperfezione, avendo raggiunto il livello atomico (ad esempio, nel caso di cristalli microscopici), noi possiamo ancora distinguere due oggetti solo perché esistono insieme, uno accanto all’altro, e possiamo contarli, come i due cervelli nello stesso stato che ho citato in precedenza. A questo punto, potremmo ritenere ammissibile che l’identità della persona che emerge da questi due cervelli possa essere la stessa, riconoscendo che in questo caso molto particolare la non-località potrebbe essere possibile in ogni teoria riduzionista non-OI. Altrimenti, potremmo sostenere che la differenza di posizione dei due cervelli altrimenti identici possa essere sufficiente a garantire una identità personale diversa ai due soggetti che ne emergono. Ma se due oggetti possono distinguersi solo dalla loro posizione relativa, questo significa che le loro identità di istanza non derivano solo da qualcosa al loro interno, ma anche dalle loro relazioni con gli altri oggetti.

Questo significa che le descrizioni elencate nella tabella TEVC dovrebbero includere, in ogni riga, la descrizione di quello che, nell’ambiente circostante, immaginiamo possa influenzare l’ identità personale, forse la configurazione dello spazio immediatamente circostante, o le forze gravitazionali in azione al momento della nascita o qualsiasi altra cosa, ma in generale sarà qualcosa di diverso dalle semplici coordinate spaziali che in ogni caso necessitano di un punto di riferimento assoluto per essere significative. Tuttavia, finché questa descrizione resta di lunghezza finita, niente può impedire la possibilità che le stesse condizioni possano esistere da qualche altra parte in una lontana regione del nostro universo, lasciando aperta la possibilità della non-località della persona generata da quella specifica descrizione finita. Ricorrere a una descrizione di lunghezza infinita solleva altri problemi che discuterò in seguito, insieme alle teorie dualiste. Quello che dovremmo aver visto finora è che qualsiasi descrizione finita di un oggetto non può fornire un modo assoluto per distinguere due diverse istanze di oggetti dello stesso tipo. Ogni descrizione finita è necessariamente relativa e questo impedisce che per sé stessa possa garantire l’unicità fisica dell’essere vivente cosciente che descrive. Ma solo la garanzia di questa univocità potrebbe permettere ad una teoria riduzionista di evitare la non-località del soggetto-in-sé che corrisponde all’essere vivente descritto. Altrimenti, niente potrebbe impedirci di immaginare qualche circostanza eccezionale in cui due esseri viventi identici in ogni dettaglio della loro descrizione esistano simultaneamente, ammettendo la non-località del loro condiviso soggetto-in-sé. Per evitare questa situazione, dovremmo ricorrere ad una descrizione di lunghezza infinita, o ammettere qualche forma di dualismo. Entrambe queste alternative hanno problemi che vedremo in seguito, ma immagino che per la maggioranza dei filosofi riduzionisti, l‘ammissione della non-località possa apparire come l’opzione meno non-scientifica.

Quello che voglio mostrare è che se siamo d’accordo con Douglas Hofstadter sul concetto dello “strano anello” che permette l’emersione della coscienza (come io lo sono), non possiamo fare appello alla diversa istanza fisica di tale strano anello per sostenere l’opinione che il nostro soggetto-in-sé debba essere considerato ogni volta una diversa istanza di coscienza. Il fatto di essere coscienti può ben dipendere dalla formazione di una struttura fisica che permetta la creazione di uno strano anello, ma questo non può causare, di per sé, la creazione di una istanza di coscienza con una sua propria identità intrinseca. Secondo l’Open Individualism riduzionista, Dire che l’identità personale dipende solo dal valore di ritorno della funzione “essere_cosciente()”, equivale a dire che l’identità del soggetto-in-sé dipende direttamente dall’essere generato da una struttura del tipo “strano anello”. Ogni teoria riduzionista alternativa deve assumere che sia necessario qualcosa di più di quella struttura logica di base, forse un certo numero di piccole variazioni ammissibili, forse qualche altra struttura logica che definisca le caratteristiche essenziali necessarie per definire la nostra identità personale, o forse l’intero cervello in un dato istante, come dovrebbe essere secondo la versione più radicale dell’Empty Individualism. Ma anche con queste differenze, queste alternative non possono evitare di ammettere il verificarsi della non-località in qualche circostanza eccezionale, così non possono pretendere di avere qualche vantaggio teorico rispetto all’OI.

Una volta espresse in questo modo, è facile vedere che non ci sono differenze tecniche tra le tre ipotesi che presuppongono che l’identità personale dipenda dalla struttura logica minimale dello “strano anello”, o da un sottoinsieme della struttura logica del cervello più grande di quello, o dalla struttura logica dell’intera rete neurale del cervello. Adottando questo punto di vista, alcune questioni che sembrano affliggere solo l’OI appaiono essere identiche anche per le teorie alternative, ad esempio “come e quando è potuto venire alla luce il ‘soggetto-in-sé universale’?”. Assumere che il soggetto-in-sé sia diverso per ognuno di noi non può dare alcun aiuto per risolvere lo stesso problema. Se pensiamo che uno specifico soggetto-in-sé può emergere in ogni cervello che ha una struttura a “strano anello” insieme a qualche caratteristica aggiuntiva, non abbiamo motivo di pretendere spiegazioni ulteriori per assumere che lo stesso soggetto-in-sé possa emergere in ogni cervello che abbia una struttura a “strano anello”, non importa quali caratteristiche aggiuntive possa avere il cervello.

Non ci sono difficoltà concettuali che sorgono quando noi riduciamo la “causa prima” dell’identità personale a quel sottoinsieme minimo (che è logico, non fisico, per cui funzionerebbe esattamente allo stesso modo anche nella più strana forma di vita cosciente che potremmo mai immaginare). Questa considerazione ha lo stesso ruolo del lavoro impegnativo che ha fatto Kolak nel suo libro, argomentando contro ogni prova apparente che escluderebbe l’OI. Una volta disposti a convenire che assumere l’OI invece di un’altra teoria riduzionista non implicherebbe alcun nuovo problema che le alternative non dovrebbero affrontare, siamo già pronti ad ammetterlo come soluzione percorribile. Come abbiamo visto, tutte le differenze tra l’OI e le teorie riduzioniste alternative non possono esimere queste dal permettere in qualche caso speciale la possibilità della non-località. C’è sempre la possibilità di adottare qualche tipo di teoria dualista che sembra sopravvivere a tutti i problemi discussi finora, insieme all’ipotesi della necessità di una descrizione di lunghezza infinita per definire l’identità personale. Adesso dobbiamo vedere quale sia il loro maggiore problema, che le rende ancora più deboli delle teorie alternative riduzioniste. Inoltre dobbiamo sbarazzarci di un altro grande pregiudizio del punto di vista riduzionista tradizionale. Secondo l’OI, quello che importa per l’identità personale è il semplice fatto di essere coscienti, così veramente “io sono te”, anche se ognuno di noi ha un suo “adesso” personale: questa è una conseguenza della non-località. Tutti gli altri esseri coscienti sono solo differenti esperienze della stessa persona che nel mio “adesso” personale sono io, esattamente come io sarò sempre me stesso domani o tra una settimana o in tutta la mia vita futura, così mi appartiene tutto il dolore come tutto il bene esistente. Questo può sembrare mistico, ma in realtà non richiede alcuna “Anima Cosmica” o “Unità Cosmica”, richiede solo la non-località. Le teorie alternative possono realmente offrire un modello consistente in grado di evitare qualsiasi traccia di misticismo come sembra esserci in questo caso? È quello che adesso cercheremo di capire.

Continua sulla prossima pagina: Il crollo di un’assunzione sulla vita data per scontata.

 

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