papo La terza ipotesi
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Discussione strutturata

"Tutti sanno che una cosa è impossibile da realizzare,
finché arriva uno sprovveduto che non lo sa e la inventa."
(Albert Einstein)

Una versione riduzionista della teoria dell’individualità aperta

Iacopo Vettori –Ultimo aggiornamento: 16 Aprile 2011

0.Nota

Questo documento è un articolo a struttura dinamica in continua modifica, accessibile all’indirizzo Internet http://www.iacopovettori.it/laterzaipotesi/Discussione_strutturata.aspx, ed in lingua inglese all’indirizzo http://www.iacopovettori.it/laterzaipotesi/eng/Structured_discussion.aspx. Si prega di fare riferimento a queste pagine Internet per ottenere la versione più aggiornata del documento, disponibile anche in formato PDF. È possibile inviare critiche, osservazioni e richieste di maggiori informazioni. Nella discussione non sarà data una risposta diretta ai commenti inviati, ma sarà modificata ogni volta per fornire le risposte necessarie, che saranno notificate al richiedente con una email privata. Questo permetterà di mantenere contemporaneamente la versione in lingua italiana e quella in lingua inglese. I contributi più significativi saranno riconosciuti in una sezione apposita dedicata ai ringraziamenti.

1.Le tre teorie sull’identità personale e il paradigma dell’attore

1.1 Per spiegare in modo semplice le principali teorie sull’identità personale, e per comprendere più chiaramente le riflessioni proposte nel loro confronto, è utile fare riferimento al paradigma dell’attore, secondo il quale ogni persona può essere immaginata come una maschera o un personaggio interpretato da un attore, e la sua vita può essere paragonata alla permanenza del personaggio sul palcoscenico. Questo modello è già stato usato in passato da scrittori come Pirandello per descrivere il mistero di chi veramente siamo al di là della nostra maschera convenzionale, anche se l’uso proposto in questo caso è un po’ diverso, perché se Pirandello intendeva riferirsi al mondo subconscio, qui è usato per riferirsi alla questione dell’identità personale. I pensatori dualisti potrebbero identificare l’attore con l’anima o con un suo equivalente astratto, mentre i pensatori riduzionisti potrebbero pensare a ciò che generalmente si presume resti uguale anche dopo una perdita totale della memoria. I riduzionisti potrebbero essere disturbati da questo esempio, ma nel corso della discussione vedremo come questo apparente dualismo può essere risolto, e che è usato qui solo per facilitare la distinzione tra le diverse opinioni sull’identità personale.

1.2 Utilizzando questo modello, si possono definire in modo abbastanza semplice le tre principali teorie sull’identità personale, così come classificate da Daniel Kolak nel suo libro “I am You”. La teoria tradizionale, per cui la nostra identità personale ha una durata corrispondente alla nostra vita, è denominata “Closed Individualism”, ossia “teoria dell’individualità chiusa”, e può essere descritta con il modello dell’attore dicendo che ad ogni maschera o personaggio corrisponde uno ed un solo attore, dal suo ingresso alla sua uscita di scena. Alcuni pensatori che hanno una visione radicale del riduzionismo sostengono invece che è necessario che nel corso della vita debbano succedersi più attori diversi nell’interpretazione di uno stesso personaggio, perché in realtà la maschera subisce delle piccole ma continue modifiche durante il corso della rappresentazione, e dunque va considerata come una successione di maschere diverse, che richiede una parallela successione di attori diversi. Questo cambiamento dovrebbe avvenire in modo impercettibile ma con una frequenza piuttosto elevata. Questa teoria è stata denominata da Kolak “Empty Individualism”, “teoria dell’individualità vuota”, per suggerire che lo spezzettamento progressivo dell’identità personale portata al suo estremo implica la completa perdita di un soggetto che possa riconoscere la continuità della propria esistenza, che sarebbe solo un’illusione. La terza teoria, che Kolak promuove nel suo libro, è quella che ha chiamato “Open Individualism”, cioè “teoria dell’individualità aperta”, le cui origini storiche possono essere fatte risalire ai Veda indiani, ed in occidente ad Aristotele, attraverso il monopsichismo di Averroè e di Sigieri di Brabante, e poi recentemente riscoperta da scienziati come Erwin Schrodinger. Secondo questa teoria, esiste un solo attore che interpreta tutti i personaggi sulla scena. Possiamo immaginare facilmente che questo potrebbe essere fatto in un film con un montaggio accurato, ma sembra impossibile che possa essere realizzato dal vivo, in una scena in cui magari gli attori sono liberi di improvvisare senza seguire alcun copione. Quello che cercheremo di dimostrare è che non solo queste difficoltà non sono pregiudiziali, ma che questo terzo modello è in grado di fornire risposte migliori a tanti classici problemi esistenziali, in particolare con l'interpretazione che propongo che tenta rimanere laica e riduzionista.

1.3 Assumere che esista un unico attore porta a chiedersi “chi” esso possa essere. Va però innanzitutto notato che da un certo punto di vista questo non introduce un problema nuovo che le ipotesi alternative non hanno. In ogni caso potremo chiederci “chi” veramente siamo, oltre il velo delle apparenze e la maschera convenzionale che adottiamo nella vita sociale. Sembra però che finché si mantiene una corrispondenza tra un attore e una sola maschera, la risposta del “chi è l’attore” possa risolversi con la stessa risposta del “come è fatta la maschera”, mentre l’esistenza di un unico attore sembra un di più non richiesto, per cui sia necessaria l’adozione di una metafisica dualistica. Ma se si considera bene, se l’attore è ridotto ad uno solo è possibile interpretarlo in modo del tutto spersonalizzato come il fenomeno stesso della consapevolezza, la facoltà stessa di riconoscere o di assegnare un significato a tutti i segnali in arrivo all'interno del cervello, la capacità di riconoscere sé stesso come soggetto vivo e differenziato rispetto al resto del mondo. Si potrebbe rovesciare il ragionamento e dire che sono le teorie del Closed Individualism e dell’Empty Individualism a introdurre un’identità differente per ogni esperienza di consapevolezza, senza una vera necessità, basandosi esclusivamente sulla differenza numerica delle strutture viventi in cui si può esprimere. Ridurre l'attore a uno solo permette di prescindere dalla sua identità e di considerare la coscienza su un piano concettuale simile a quello che assegniamo al tempo e allo spazio. Come non esistono un tempo e uno spazio assoluti, ma possono essere misurati solo in presenza di una struttura materiale che si modifica nel tempo, così anche la coscienza può essere considerata non come un'entità metafisica assoluta ma come qualcosa che emerge solo in presenza di una adeguata struttura fisica. Anche questo non è una novità, perché è la stessa cosa che afferma anche la visione riduzionista classica, per cui la coscienza emerge in ogni cervello sufficientemente complesso. L'unica differenza è che essa presuppone che, poiché ogni volta la coscienza scaturisce da circostanze differenti, debba necessariamente avere una identità numericamente differente, ossia (secondo il mio linguaggio informale) l'attore che interpreta ogni nuovo personaggio debba necessariamente essere un nuovo attore, mentre secondo l'Open Individualism, l'attore è sempre il solito, anche se non sa di esserlo. Questa corrispondenza mostra che non possono esistere prove fisiche a favore di una visione o di un’altra, perché in ogni caso l’apparenza esterna e l’esperienza individuale sarebbero sempre le stesse.

2.I problemi dell’identità individuale secondo il riduzionismo classico

2.1 Nella visione classica del Closed Individualism esistono molti dettagli non risolti, e malgrado essa sia condivisa dalla grande maggioranza di filosofi e studiosi, non esiste una maggioranza che condivide le stesse opinioni sui dettagli. Secondo il modello riduzionista classico (che anch'io ho condiviso per almeno trenta anni) tutto può essere ridotto a ciò che esiste fisicamente. Più che a strutture materiali, è opportuno riferirsi a strutture di informazione, o meglio a processi continui di trasformazione di strutture di informazione. Il problema (che è stato riconosciuto non solo da Kolak ma anche da Parfit e altri filosofi) è che nel momento in cui per riconoscere l’identità individuale di un soggetto ci si appella alla "continuità" della struttura di informazione in continuo mutamento che lo rappresenta, si sta implicitamente adottando una forma di dualismo. Se, come sappiamo, nel nostro corpo cambiano continuamente sia le particelle materiali sia la struttura fisica che formano, sia la struttura logica che rappresenta le informazioni presenti nel nostro cervello, dopo un tempo sufficientemente lungo e dei cambiamenti sufficientemente drastici (amnesia totale, o cambio di personalità, o follia, oppure semplicemente l’accumularsi degli anni), è possibile che non resti più niente di fisico o di logico a testimoniare la continuità della storia di un individuo, in modo da poter mantenere una traccia di "chi era" sulla base di "chi è attualmente". Fare appello alla "continuità graduale del cambiamento" significa immaginare l'esistenza di qualcosa che abbia il ruolo di un "segnaposto" non fisicamente rilevabile. Questo è dualismo. L'unico modo di evitare l'introduzione dei segnaposto, se non si vuole ammettere l’Open Individualism, è quello di spezzare anche il corso di una singola vita con una staffetta di più identità individuali, in modo che si possa affermare che ogni identità individuale è definita esattamente dalla struttura fisica che la genera. Questo è esattamente quello che propone l’Empty Individualism.

2.2 Quale potrebbe essere la sua durata? Se vogliamo essere molto rigorosi, possiamo considerare un singolo istante di Plank, ossia la infinitesima frazione di secondo che ha ancora un significato fisico, oppure possiamo permetterci di allungarla fino alla durata di quello che consideriamo "un attimo", che potrebbe essere circa mezzo secondo, ossia il tempo stimato dell’evoluzione del nostra pensiero cosciente. Se vogliamo forzarla ad allungarsi più oltre, anche fino ad una intera vita, c'è il problema che in questo caso la mia identità attuale dipende anche da quello che farò in futuro. Posso anche immaginare l'intero processo che rappresenta la mia intera vita in modo univoco come una struttura statica che si estende anche lungo la coordinata del tempo, e fare un abbinamento univoco tra la mia identità individuale e una struttura fisica precisa, ma questo  è contro la visione comune della meccanica quantistica, secondo la quale la nostra conoscenza degli eventi ha degli inevitabili limiti di indeterminazione, e le particelle non hanno uno stato proprio finché non vengono sottoposte a qualche misurazione. Per rendere ammissibile questo allungamento di durata dell’identità personale sarebbe allora necessario accettare l'idea del superdeterminismo, secondo il quale anche ogni scelta futura di misurazione dello sperimentatore è già prevista nel momento in cui un evento fisico deve avere un esito preciso, che sarebbe selezionato in modo adeguato a quella scelta futura. Si tratta di una assunzione impegnativa, ma resta una via percorribile.

2.3 Si potrebbe pensare che anche l’Open Individualism debba richiedere il superdeterminismo, ma per un motivo diverso. Il Closed Individualism ne ha bisogno per definire l’identità individuale di un soggetto in modo che essa possa essere ritenuta costante per una vita intera. L’Open Individualism non ha questa necessità. Eppure, se si immagina un solo attore che deve interpretare tutti i ruoli sulla scena, non solo non riusciamo a capire come egli possa essere presente contemporaneamente in più di un personaggio, ma oltretutto, immaginando un montaggio come quello cinematografico, possiamo pensare al più che egli possa improvvisare solo recitando il primo personaggio registrato, ma che poi interpretando gli altri personaggi debba necessariamente comportarsi in modo coerente con quelli già registrati. Questo sembra negare la possibilità di una vera improvvisazione. Questo problema dipende però dai limiti del paradigma dell’attore e dalla nostra concezione del tempo. Se il tempo e lo spazio sono considerati come la scena dove si svolge la rappresentazione, e consideriamo che al di fuori della scena non esiste niente, né spazio né tempo né alcuna forma di coscienza, allora possiamo intuire che, anche se l’esperienza soggettiva dell’attore è quella di interpretare in modo continuo ogni singolo personaggio, non abbiamo alcun “tempo assoluto” in base al quale ordinare le diverse interpretazioni dei diversi personaggi. L’unico orologio che c’è, è quello nella scena, e il tempo è relativo alla sequenza di eventi rappresentati. Ogni singola decisione dell’attore che interpreta i diversi personaggi può essere riferita solo all’orologio di scena, e le sue conseguenze si propagano in avanti solo rispetto ad esso. La cosa importante, per la conservazione della possibilità del libero arbitrio, è che al momento di ogni decisione del personaggio, anche se egli è almeno parzialmente influenzato dagli eventi già accaduti, possa avere una discrezionalità sia pure minima per scegliere un’azione che poi però propaga le sue conseguenze nel futuro relativo della rappresentazione. Questa e altre considerazioni sulla natura delle rappresentazioni saranno sviluppate meglio nella parte finale di questo documento.

2.4 Rispetto al riduzionismo tradizionale, la vera difficoltà che l’Open Individualism deve superare è la necessità che l’unico attore sia presente in scena interpretando più di un ruolo contemporaneamente, ossia la necessità di ammettere la non-località dell’attore. Questa sembra una difficoltà insormontabile, ed è probabilmente il principale motivo per cui il riduzionismo tradizionale e la maggioranza delle altre visioni metafisiche presuppongono che ogni essere vivente abbia una propria individualità distinta dagli altri. Se infatti pensiamo al mito dell’Araba Fenice, vediamo che il fatto di considerarla sempre la stessa ad ogni sua nuova nascita dipende in modo determinante dal fatto che le sue vite successive non si sovrappongono neanche per un secondo. Però, se consideriamo nei dettagli la teoria riduzionista tradizionale, troviamo che anche entro il suo ambito siamo costretti a confrontarci con lo stesso problema. Se infatti consideriamo ogni essere vivente come una particolare struttura di informazioni, dobbiamo decidere come valutare l'identità di una sua eventuale replica. Anche se l'esistenza di una replica perfetta sembra impossibile, nel momento stesso in cui un essere vivente viene considerato come una struttura di informazioni bisogna accettarne la possibilità teorica. Si può tentare di espandere le condizioni necessarie per definire la sua identità fino a considerare tutte le informazioni esistenti al momento della tua nascita, ma questo sposta il problema invece di risolverlo, a meno di assumere che siano necessarie infinite informazioni, il che è però una presunzione poco scientifica, considerando che il nostro universo ha un orizzonte osservabile di circa 13,7 miliardi di anni luce di raggio. La possibilità dell'esistenza di una replica rompe la corrispondenza univoca tra un attore e un personaggio. Se assumiamo che le due repliche siano comunque interpretate dallo stesso attore, stiamo accettando la possibilità della non-località. Se assumiamo che le due repliche debbano essere considerate come due personaggi identici interpretati da due attori diversi, perdiamo il riduzionismo, perché dobbiamo introdurre un segnaposto di identità astratto che possa premettere di distinguere le due strutture di informazioni identiche. A questo punto, sembra necessario scegliere tra l’ammissibilità della non-località e la rinuncia al riduzionismo.

2.5 Se si sceglie di ammettere la non-località, bisogna essere consapevoli di stare sostenendo che la costituzione fisica di un cervello non importa realmente per determinare l’identità personale, quanto piuttosto la sua struttura logica. Questo è un passo fondamentale verso l’Open Individualism, perché allora possiamo considerare che per l’identità personale non sia veramente importante tutta la struttura del cervello, ma solo qualche particolare sotto-struttura, come possiamo immaginare anche quando si considera il cervello di una stessa persona in due momenti diversi. Allora perché non considerare che quella sotto-struttura logica possa essere la minima struttura logica che permette il fenomeno della coscienza? Se possiamo accettare questa idea, noi in realtà stiamo accettando l’Open Individualism, se non altro nella versione riduzionista che sto proponendo. Questa argomento è importante e verrà approfondito nel seguito. Se invece si preferisce perdere il riduzionismo, occorre affrontare un altro grosso problema. In questo caso  l’esistenza di un attore non può più essere collegata all’esistenza di un personaggio, perché lo stesso personaggio potrebbe essere interpretato da qualsiasi attore, ed abbiamo perso l’unica cosa che permetteva di distinguere tutti questi attori. Così diventa impossibile trovare un modo per elencare tutti i possibili attori, poiché neanche una procedura infinita potrebbe garantire che ogni possibile attore sia elencato entro un tempo finito. Anche questo verrà spiegato meglio nel seguito, per comprendere le maggiori difficoltà logiche che implica, senza comunque essere in grado di risolvere il problema esistenziale che sarà discusso più oltre.

2.6 Uno degli equivoci da chiarire riguarda il fatto che l’unico attore necessario nel modello dell’Open Individualism debba poter essere riconosciuto in qualche modo per poterne accertare l’unicità. Questa esigenza è legata unicamente ai nostri preconcetti sull’identità da cui è difficile non farsi influenzare. Anche porsi la domanda sul perché proprio il mio “io” sia quello predestinato ad impersonare anche “tutti gli altri” tradisce la stessa difficoltà, che però non ha ragione d’essere. Il problema è che questa concezione impedisce anche di vedere come l’Open Individualism possa essere catalogata a pieno diritto come una teoria riduzionista. Si immagina sempre che richieda uno “spirito” in grado di trasmigrare da una vita all’altra, o di dividersi in più parti per poi riunirsi di nuovo in un’unità cosmica. Questa visioni possono essere suggestive, ma non sono necessarie, ed anche se si è disposti ad accettarle, è importante capire che la visione che propongo in questo documento è una visione assolutamente riduzionista. È possibile rendersene conto considerando il “segnaposto di identità” a cui ho accennato per evidenziare le difficoltà della teoria tradizionale del Closed Individualism. Se ogni essere vivente può essere descritto con una struttura di informazioni, una teoria dualista deve aggiungere una informazione supplementare che permetta di riconoscere la sua identità personale. Le teorie riduzioniste negano la necessità di questa informazione supplementare, perché spiegano la vita, la coscienza e l’identità personale in termini puramente fisici. Immaginare però che l’Open Individualism, per consentire la condivisione della stessa identità personale, richieda l’esistenza di una tale informazione supplementare, in modo che possa contenere sempre lo stesso dato, solo per poterne controllare l’identità è una assunzione dal tutto inutile. Un simile dato è necessario solo se si presuppone che esso potrebbe essere diverso in qualche circostanza. Se invece si assume come postulato che esso è sempre uguale, aggiungerlo alla descrizione di ogni essere vivente non aggiunge alcuna informazione. Lo stesso ipotetico contenuto del dato sarebbe irrilevante. Si potrebbe pensare di utilizzarlo come un dato che può assumere il valore vero o falso, per distinguere le strutture viventi dalle strutture non viventi. Ma secondo la logica riduzionista che vogliamo applicare, il fatto che una struttura possa essere considerata “vivente” o “cosciente” può essere in linea di principio dedotto dalla sua descrizione fisica, per quanto il dibattito sia attualmente aperto sui criteri da utilizzare. Questo significa che anche il dato supplementare con il valore “vero” o “falso” sarebbe superfluo, perché potrebbe essere dedotto da altri dati che descrivono la struttura logica. Il fatto di poter fare a meno di questo ipotetico dato aggiuntivo con un contenuto sempre uguale è ciò che dimostra che questa concezione di Open Individualism è una concezione riduzionista.

2.7 Quello che spero di avere illustrato con sufficiente chiarezza è che esaminando ogni possibilità alternativa si rendono comunque necessarie assunzioni problematiche e contro-intuitive, non meno di quelle assunte dall'Open Individualism. Alla fine, il modello finale più generale che possiamo immaginare è costituito da un universo (o un multiverso) contenente ogni diversa possibilità. Se si accetta l’Open Individualism, è sufficiente constatare che le condizioni esistenti rendono possibile la comparsa della consapevolezza, anche se essa è ogni volta limitata e parziale, in misura dipendente dal contesto in cui ha la possibilità di emergere. Se non si accetta, è necessario introdurre diverse consapevolezze indipendenti ed inevitabilmente si presenta quello che ho chiamato "il problema esistenziale individuale", senza nessun guadagno teorico rispetto alla tesi dell'Open Individualism sui problemi dell’identità personale, la non località, il riduzionismo, il libero arbitrio.

3.Il principio antropico e il problema esistenziale individuale

3.1 Non so dire se qualcuno ha già introdotto una distinzione tra "problema esistenziale individuale" e “problema esistenziale generale", ma ad ogni modo mi sembra una distinzione utile:

Problema esistenziale individuale: "Quali erano le condizioni necessarie per la mia esistenza? Che probabilità avevano di avverarsi? Potevo non esistere? Il mondo può esistere anche senza di me?"

Problema esistenziale generale: "Quali erano le condizioni necessarie all'esistenza della vita? Che probabilità avevano di avverarsi? La vita poteva non esistere? Il mondo poteva esistere anche senza la vita?"

Un ragionamento di tipo antropico permette di svincolarsi dalle due domande "Che probabilità avevano di avverarsi?", poiché permette di presumere che, dato abbastanza spazio e tempo, ogni possibile caso abbia la sua occasione di avverarsi. Ma quando applichiamo questo ragionamento al caso del problema esistenziale individuale, stiamo implicitamente presumendo che io nasco e sono vivo ogni volta che si crea proprio la struttura di informazioni che mi rappresenta. Ma allora, nel caso della teoria riduzionista tradizionale,  non è possibile pensare di vivere solo una singola vita e poi più niente per sempre. Dobbiamo pensare di essere in un ciclo in cui viviamo infinite volte la nostra vita attuale, o perlomeno una vita che inizia sempre nelle stesse circostanze. Se sei il solo attore possibile per la tua maschera / personaggio, devi tornare sulla scena ogni volta che il tuo personaggio riappare. Pensare che questa possibilità possa accadere solo una volta è contro ogni teoria della probabilità. Per presumerlo, dovremmo pensare ad un universo delimitato nello spazio e nel tempo con regole che però mettono in crisi lo stesso concetto di “evento che accade una sola volta”. Queste considerazioni saranno approfondite nell’ultima parte di questo documento.

3.2 Secondo questo punto di vista, l’esistenza della tua mente non sarebbe dunque associata ad un particolare cervello fisico, ma all’intera classe di cervelli che hanno una struttura logica identica al tuo. Inoltre, a meno di non aderire ad una versione estrema di Empty Individualism, per cui l’esistenza di ogni attore è ridotta ad un singolo fotogramma di durata così breve che il cervello possa essere considerato immobile, dovremmo ammettere che questa classe di cervelli non contiene solo cervelli identici molecola per molecola, ma cervelli “abbastanza identici”, che hanno in comune solo una parte della loro struttura logica. Una volta constatato che il problema della non-località si presenta anche con le versioni riduzioniste del Closed Individualism e dell’Empty Individualism, e che non possono esistere prove che possano dimostrare vera o falsa alcuna di queste teorie, risulta evidente che l’Open Individualism non ha bisogno di alcun presupposto che non sia comunque già necessario. Esiste ancora una considerazione che bisogna tenere presente.

3.3 Come abbiamo visto, anche per le teorie riduzioniste non è importante la materia che fisicamente costituisce la struttura, ma la sua logica. L’identità personale risulta allora associata non a certi insiemi di particelle, ma alla geometria della loro struttura. Così, secondo il Closed Individualism o l’Empty Individualism di tipo riduzionista, una particolare identità personale non deve essere considerata collegata a una singola copia fisica di quella struttura logica, ma ad ogni copia fisica della stessa struttura logica, ossia ad una intera classe di strutture fisiche, definita dalla struttura logica che hanno in comune. Certamente deve essere qualcosa di più complesso di una singola molecola di DNA, deve essere una struttura cerebrale che forse non ha neanche una rappresentazione fisica riconoscibile. Però, qualsiasi teoria sull’identità personale vogliamo adottare, le stesse considerazioni possono essere applicate al fenomeno della coscienza. Come per l’identità personale, possiamo presupporre che anche il fenomeno della coscienza dipenda dall’esistenza di una struttura di informazioni sufficientemente complessa. Questa è anzi l’opinione più diffusa tra gli studiosi, anche se si tratta quasi certamente di una struttura logica che potrebbe essere realizzata fisicamente in molti modi diversi, che però tutti gli esseri coscienti hanno in comune. La struttura logica della coscienza definirebbe dunque una classe di strutture fisiche, che hanno in comune la proprietà di essere coscienti.

3.4 Però abbiamo visto che secondo la versione tradizionale del riduzionismo anche l’identità personale deve essere definita da una struttura logica, ed ecco allora che per differenziare due esseri viventi con due identità individuali separate è necessario immaginare che nel cervello di entrambi sia presente una uguale struttura logica che rappresenta la coscienza, ma che essa, per funzionare, debba necessariamente essere integrata da ulteriori strutture che avrebbero il ruolo fondamentale di differenziare le due identità personali tra loro. Anche se certamente un cervello per funzionare bene deve avere molte altre strutture accessorie oltre a quella che rappresenta la coscienza, in questo modo si sta introducendo la necessità di una struttura deputata specificatamente alla definizione di una identità personale, che deve integrarsi a quella della coscienza, che invece è uguale per tutti gli esseri senzienti. L’Open Individualism non ha bisogno di questa struttura integrativa. La stessa struttura logica necessaria per il funzionamento della coscienza è la stessa in grado di definire l’identità personale.  Poiché questa struttura è la stessa per ogni cervello funzionante, anche l'identità personale della coscienza che emerge è sempre la stessa. Resta la necessità di tutto il resto del cervello, con la sua capacità di ricevere, memorizzare e rielaborare le informazioni in arrivo: tutto questo è ciò che ci rende differenti tra noi, ma niente di tutto questo è fondamentale per la conservazione della nostra identità personale. Daniel Kolak nel suo libro “I am You” discute in modo dettagliato come superare ognuna di queste apparenti barriere divisorie.

3.5 Nel caso delle teorie dualiste, la domanda sulla probabilità della nostra esistenza personale invece non ammette alcuna risposta. Avendo perso irrimediabilmente la corrispondenza tra mondo fisico e mondo mentale, per ogni possibile maschera potrebbe essere dato un infinito numero di attori possibili, ognuno indistinguibile dall’altro, e a causa di questa impossibilità di distinguerli, il loro numero totale sarebbe un infinito più che numerabile. Questo significa che sarebbe possibile creare infiniti cloni perfettamente identici, senza poter mai garantire che presto o tardi una particolare “anima” sia associata ad uno di essi. Anche ammettendo come un dato di fatto l’essere una delle innumerabili anime teoricamente possibili, la probabilità di nascere sarebbe equivalente a quella di estrarre casualmente un numero intero dall’insieme dei numeri reali. Matematicamente, questa probabilità è zero. Neanche un Dio onnipotente potrebbe scegliere la tua singola anima. Per sceglierti, è necessario che tu esista già nella mente di Dio. Questo modello implica che tu sia già in partenza una delle possibili scelte di Dio, e poi non dovresti far altro che aspettare il tuo turno di essere scelto. Ma presumere di essere da sempre una possibilità della mente di Dio, senza avere ancora avuto la possibilità di meritare un simile privilegio per qualche motivo, sarebbe di nuovo una condizione da accettare come un dato di fatto privo di ogni possibile spiegazione razionale, il che comporta una presunzione molto ben nascosta ma anche molto grande.

3.6 Lo stesso ragionamento si applica anche nel caso delle teorie dualistiche laiche. Anche sostituendo Dio con il caso o qualche ipotetica legge (meta)fisica che regoli l’emergenza di una mente in un cervello in formazione, non si può eliminare questo concettuale “insieme di tutte le menti possibili” di cui dobbiamo presumere di fare parte senza alcun motivo razionale. L’unica prova che ne siamo parte è la nostra stessa esistenza, che è l’unico dato di fatto che non possiamo negare. Essa ci costringe a dedurre che la nostra presenza nell’insieme di “tutte le menti possibili” era inevitabile, ma d’altra parte, poiché queste menti astratte non hanno alcun carattere che possa distinguerle, nessuna di loro appare come indispensabile, potendo teoricamente essere sostituita da qualsiasi altra senza alcuna differenza per il mondo fisico che sperimentiamo. Questa “non-indispensabilità” è in contraddizione con la constatazione che la mia stessa esistenza mi indica che per qualche oscuro motivo sono comunque risultato necessario. Il fatto che l’insieme di “tutte le menti possibili” possa contenere un numero di elementi di un infinito di cardinalità diversa da quello del numero degli elementi dell’insieme di “tutte le strutture logiche possibili”, ci porta l’ulteriore difficoltà che ogni singolo elemento potrebbe essere eliminato senza che la sua mancanza possa essere rilevata in qualche modo. Il motivo è che le strutture logiche possono essere confrontate tra loro, riconosciute ed enumerate, ma questo non è possibile tra gli elementi dell’insieme di “tutte le menti possibili”. Ad ogni modo, oltre a questa difficoltà, anche per le teorie dualiste resta lo stesso problema già visto per le teorie riduzioniste, per cui dobbiamo considerarci titolari di una ben determinata struttura logica (o di una ben determinata “anima”) all’interno dell’insieme di “tutte le possibili strutture logiche che permettono la coscienza” (o di “tutte le possibili anime”). Ed in ogni caso, la semplice constatazione che esistono altri membri dello stesso insieme che sono diversi da me, mi costringe a considerare che anche l’elemento che mi trovo ad essere avrebbe potuto essere anch’esso di “uno degli altri”, lasciando la mia coscienza fuori dal gioco della vita.

3.7 Anche se questa considerazione sembra di tipo dualistico, non può essere evitata semplicisticamente con la considerazione riduzionista “un altro era necessariamente diverso da te, e dunque tu eri necessario”. Una filosofia riduzionista non può negare l’esistenza di una mente che riflette sul mondo esterno e su sé stessa: piuttosto, il riduzionismo giustifica la sua esistenza riducendola a mero fenomeno fisico, negando cioè l’esistenza di una speciale “quintessenza” da cui potrebbe essere costituita. Dunque anche in questo caso, posso legittimamente meravigliarmi del fatto che la mia mente fosse destinata a emergere da una qualsiasi struttura logica capace di generare una mente. Non è che io mi stia meravigliando di essere una mente scaturita da una precisa struttura logica che rappresenta il mio cervello fisico: mi sto meravigliando, più in generale, di essere anche io una mente che fa parte di questo gioco della vita. Il fatto che per il Closed e l’Empty Individualism esistano altre menti che non sono la mia, sia che le si vogliano considerare in modo dualista o riduzionista, non può in alcun modo rendere ragione del dato di fatto che “anche io” faccio parte di questo gioco. Questo è il paradosso alla base del problema esistenziale individuale.

3.8 Proprio grazie all’unicità dell’attore che interpreta tutti i ruoli, l’Open Individualism può risolvere il problema esistenziale individuale, facendolo coincidere con il problema esistenziale generale. Qualsiasi teoria alternativa è destinata a lasciare la questione aperta, perché ci costringe ad accettare come un dato di fatto, dimostrato soltanto dalla nostra esperienza diretta, che anche a noi era riservata un'occasione all'interno di un universo o multiverso in cui ogni altra possibilità è rappresentata da qualcun altro. Dobbiamo accettare come "dato dall'alto" il fatto di essere un partecipante a questo gioco, un attore con un ruolo in questa recita, a cui è stato assegnato un personaggio in esclusiva, e presupporre che non potesse essere assegnato a nessun altro attore. Questo mi sembra molto più presuntuoso che pensare di essere l'unico attore esistente. Non posso evitare di considerarlo un privilegio inesplicabile, perché la semplice constatazione che esistono “altre persone che non sono io” è proprio ciò che mi costringe a considerare che anche la struttura di informazioni che rappresenta la mia persona avrebbe potuto essere un altro "qualcun altro", che non c’è alcuna spiegazione razionale del fatto che anche io sono parte di questo insieme di “altre persone” che avrebbero potuto benissimo esistere senza di me, lasciandomi nella non-esistenza per tutta l’eternità. Eliminando alla fondamenta la possibilità dell’esistenza di ogni possibile "altro", l’Open Individualism elimina il problema di "essere uno dei molti”. Può sembrare un’assunzione più presuntuosa, ma se si considera con attenzione, è possibile rendersi conto che è proprio l'unico modo per evitare qualsiasi presunzione, perché elimina ogni differenza tra noi e ogni altro essere vivente. Per questo motivo penso che l’Open Individualism, nella versione riduzionista che sottoscrivo, è ancora più "ateo" e "riduzionista" del riduzionismo classico.

3.9 Certo, è sempre possibile pensare che non esistano soluzioni razionali, che siamo destinati a rimanere per sempre nel mistero. Ma i ragionamenti esposti dovrebbero evidenziare che non solo una spiegazione è possibile, ma che il rifiuto di questa spiegazione implica la presunzione di essere il titolare esclusivo di una particolare forma di vita, senza alcuna possibilità di una spiegazione razionale di tale privilegio. Probabilmente, chi legge questo documento ha avuto una buona educazione, possiede forse un computer, non ha il problema di come procurarsi il cibo tutti i giorni, per cui è in una posizione in cui sarebbe assolutamente conveniente per lui essere veramente “titolare esclusivo” di quella unica vita che, come abbiamo visto, dovrebbe essere richiamato a rivivere ogni volta che ce ne fosse l’occasione, ma tanti altri che non hanno la stessa fortuna sarebbero meno prevenuti ad accettare questa soluzione, anche se è contraria all’intuizione di identità personale che abbiamo sviluppato in milioni di anni di evoluzione. In realtà è stata una illusione necessaria per far funzionare l’evoluzione. Ma se si riesaminano i passaggi logici che ho esposto, si troverà che l’Open Individualism è l’unica soluzione razionale possibile. Ci si potrebbe ancora illudere che un giorno potrebbe apparire una spiegazione alternativa che oggi non abbiamo. Ma se questo fosse possibile, significherebbe che un giorno qualcuno potrebbe dire: "io posso dimostrare che dietro a quella maschera deve esserci necessariamente quell'attore ". Si può davvero pensare che qualcuno possa mai definire chi è l'attore dietro la maschera? Anche dietro la nostra stessa maschera?

4.Tutti gli universi possibili e il problema esistenziale generale

4.1 Quello che segue deve essere interpretato come una libera speculazione su come potrebbe essere affrontato il “problema esistenziale generale”. Il modello di universo o di multiverso che può completare questa visione del mondo, corrisponde senza restrizioni al multiverso di quarto livello descritto dal cosmologo Max Tegmark. In breve, esso prevede che possano esistere tutti gli universi corrispondenti a qualsiasi struttura matematica, anche se certamente solo una microscopica minoranza di essi potrebbero essere adatti ad ospitare una qualsiasi forma di vita. Si potrebbe di nuovo essere tentati di pensare che possa esistere un diverso attore per ogni possibile universo, ma questa ipotesi farebbe ripresentare di nuovo il “problema esistenziale individuale”, anche se questa volta applicato agli attori dei differenti universi. Ognuno di essi potrebbe chiedersi “Perché proprio io? Gli altri universi sarebbero esistiti senza di me?”. No, questo significa non aver assimilato bene tutti i ragionamenti fatti e ricadere nell’abitudine difficile da perdere di pensare che ognuno abbia una propria coscienza. Ma la coscienza non va pensata come qualcosa che esiste in diverse copie, ma come qualcosa che si esprime in diverse forme. Se tutti i possibili universi corrispondono a strutture matematiche, possiamo concludere che tra tutte queste strutture, alcune risulteranno sufficientemente complesse da permettere la manifestazione della coscienza. Per tornare alla nostra terminologia informale, alcune strutture matematiche saranno in grado di ospitare al loro interno una scena con dei personaggi che eseguono un’azione, permettendo l’apparizione del nostro unico attore.

4.2 Sembra impossibile enumerare tutti i possibili universi con tutte le possibili storie che possono realizzarsi al loro interno, ma invece non è una cosa così difficile, e per farlo ci sono diversi modi tra loro equivalenti. Nel 1941 Jorge Luis Borges pubblicò un racconto intitolato “La biblioteca di Babele”, dove descriveva una libreria immaginaria composta da  infiniti libri di 410 pagine ciascuno, con 40 righe per ogni pagina, e 40 caratteri tipografici per ogni riga. I caratteri tipografici sono solo 25, comprendenti 22 lettere minuscole (Borges non lo specifica, ma potrebbe essere l’alfabeto ebraico, che ha 22 lettere), la virgola, il punto e lo spazio. In base a queste definizioni del formato e della dimensione dei libri, anche il numero totale di libri diversi, sia pure se astronomico, risulta essere un numero finito. Il narratore del racconto infatti avanza la congettura che la biblioteca sia “infinita e periodica”. È abbastanza semplice immaginare un metodo per generare tutti i libri della biblioteca. Prima generiamo un libro composto solo da spazi bianchi, poi uno con una sola lettera “a” e poi tutti spazi bianchi, uno con la sola lettera “b” eccetera fino alla “z”, poi anche uno con una sola virgola e uno con un solo punto. Poi si prosegue con tutte le combinazioni di due caratteri: spazio e “a”, “a” e “a”, “b” e “a”, eccetera fino ad esaurimento. Poi si continua con tutte le possibili combinazioni di tre, quattro, 40 caratteri,  e così via fino ad arrivare 656.000 caratteri, quanti ne contiene ogni libro, generando così ogni possibile libro. Il numero totale è calcolato elevando 25 (il numero di diversi caratteri) alla potenza di 656.000 (40 caratteri per 40 righe per 410 pagine), un numero con più di 900.000 cifre, ma sempre un numero finito. Eppure, in questo insieme finito potremmo trovare potenzialmente infinite informazioni. Come è possibile? Il trucco è che l’informazione è nascosta nella selezione stessa del libro. In quella biblioteca, potremmo da qualche parte trovare la nostra stessa biografia con la nostra vita vissuta fino ad ora. Se siamo curiosi di avere qualche dettaglio, potremmo trovare il libro completamente dedicato a descrivere la giornata di ieri, o di un anno fa, o del nostro giorno di nascita. Potremmo trovare un libro che riassume un anno, o un mese, o descrive in modo minutissimo un solo secondo della nostra vita. Ed anche se non siamo in grado di riconoscerlo, c’è un libro con la nostra giornata di domani, e quello con il nostro prossimo compleanno, ed anche quello del giorno della nostra morte. È spaventoso, eppure è lì, ma non c’è da preoccuparsi: anche se lo trovassimo, non sapremmo riconoscerlo. Potremmo constatare che ci sono tutte le nostre possibili vite, e così non potremmo mai sapere, se non dopo che i fatti si sono compiuti, quale era quello che corrispondeva alla realtà, o meglio, alla realtà di questa volta.

4.3 È possibile immaginare anche una biblioteca composta da immagini. Se si pensa allo schermo di un computer, istintivamente si direbbe che può visualizzare infinite immagini, eppure è fatto di un numero finito di pixel, ognuno dei quali può assumere un numero finito di colori. Le immagini non sono realmente infinite, e non è infinito neanche il numero delle possibili sequenze di due, tre, cento, mille, un miliardo di immagini. Il colore di ogni pixel si può codificare in un numero intero, e così anche tutti i colori di tutti i pixel dello schermo possono essere combinati per formare un unico numero ancora più grande, e allo stesso modo, anche tutta la sequenza dei fotogrammi di un video di due ore, o anche di duemila ore, o di duemila anni di durata potrebbe essere codificata in un unico numero intero altissimo, ma non infinito. Anche l’audio è codificabile nello stesso modo. Un DVD da 8 GB che contiene un film può essere interpretato come un unico numero intero di circa 20 miliardi di cifre. Si può pensare ad una macchina che produce, uno dopo l’altro, tutti i possibili DVD, codificando per ognuno degli 8 miliardi di byte un valore da 0 a 255, fino ad esaurire ogni combinazione possibile. È chiaro che la stragrande maggioranza della collezione sarebbe composta da immagini e suoni senza significato, ma in una piccolissima minoranza di DVD potremmo trovare tutti i film che sono stati fatti ed anche tutti quelli che potranno mai essere fatti in futuro. Ci sarebbe un film equivalente ad ogni libro della biblioteca di Babele, e viceversa per ogni film potremmo trovare un libro della biblioteca di Babele che lo descrive. Come per i libri, non è necessario produrre DVD più lunghi di due ore: alla fine di ogni DVD, da qualche parte ci sarà un DVD per ogni possibile continuazione. Infinite storie in una collezione finita di DVD!

4.4 Supporre che esista un insieme di vite da sperimentare equivalente a questa collezione ed un solo sperimentatore ci conduce però ad una visione puramente solipsista che vorrei evitare. Possiamo però pensare che una singola vita, un singolo DVD o un libro della biblioteca di Babele possa essere selezionato solo se accompagnato da tanti altri libri, DVD o vite diverse che insieme a quello formino un gruppo di storie coerenti che deve essere sperimentato “in blocco”. Questo ha un suo significato perché ogni singola storia risulta generata e ben inquadrata da un insieme di storie che la precedono, in modo che il gruppo nel suo insieme può auto-giustificare la propria esistenza, riuscendo così a formare tutto il copione necessario per una rappresentazione completa con tutti i personaggi e l’unico attore. In questo modo, l’insieme di tutte le possibili combinazioni matematiche di numeri non è più considerato come un insieme di elementi distinti, ma come un insieme di sistemi ognuno contenente degli elementi che tra loro hanno dei rapporti coerenti in modo da formare delle storie coerenti. Così si arriva all’ultimo modello di interpretazione, dove ogni storia individuale corrisponde ad un numero che influenza ed è influenzato dalle altre storie individuali secondo delle regole coerenti, creando così quello che in matematica si chiama un sistema formale.

4.5 Interpretando i numeri come proposizioni codificate che riguardano altri numeri, è possibile manipolarli in modo meccanico con la sicurezza che il numero ottenuto come risultato potrà essere interpretato come una nuova informazione che, se le informazioni di partenza sono vere, sarà necessariamente vero. In questo modo è possibile generare in modo meccanico tutte le proposizioni che possono essere dedotte da qualsiasi insieme di partenza di postulati e regole, purché i postulati siano veri e le regole non siano in contraddizione tra loro. Ai matematici sarebbe piaciuto molto riuscire a costruire un sistema formale in grado di dimostrare qualsiasi proposizione riguardante i numeri interi, ma quando hanno provato a farlo, hanno scoperto che non è possibile. La semplice aritmetica dei numeri interi è già da sola così complessa da sfuggire a una formalizzazione definitiva. Questo significa che anche se è possibile ridurre ogni possibile universo ad un numero intero, esso può sempre contenere qualcosa che non si può dedurre unicamente dalla sua descrizione fisica e dalle regole che lo governano. Si può sempre estendere un sistema formale con nuovi postulati e nuove regole per coprire un numero di verità sempre maggiore, ma la loro incompletezza resta una caratteristica ineliminabile. Anche se qui siamo ormai nel campo della libera speculazione, è proprio in questa zona di indeterminazione che potrebbe trovare spazio il fenomeno della vita e della coscienza. Kurt Godel dimostrò che per ogni sistema formale, è sempre possibile formare una proposizione che esprime questo significato: “io non posso essere dimostrata all’interno di questo sistema formale”. Non è possibile trovare all’interno del mondo fisico una motivazione logica dell’esistenza della vita e dell’apparire del fenomeno della coscienza. Qualsiasi spiegazione scientifica potrebbe applicarsi ugualmente bene per un mondo di macchine prive di una vera coscienza. Da questo punto di vista, la coscienza è destinata a rimanere un “di più” che non era tecnicamente necessario. La collezione completa di tutti i possibili DVD esiste anche se nessuno la guarda, ma il senso delle informazioni che contiene diventa reale solo quando uno spettatore li visiona. La sua funzione non è solo passiva, perché l’attribuzione di un significato è già un’esperienza attiva, come anche la scelta dell’insieme dei DVD da visionare in blocco, ammesso che ve ne sia più di una, e che una qualsiasi forma di libero arbitrio sia possibile. È indicativo che in matematica sia stato necessario introdurre l’assioma della scelta per ammettere la selezione di un solo elemento da un insieme non vuoto. “Capire” e “scegliere”, che sono le funzioni fondamentali che contraddistinguono ogni essere cosciente, restano al di fuori di ciò che può essere formalizzato.

4.6 Questa interpretazione della vita è collegata all’insieme di tutti i possibili multiversi proposti da Tegmark, e offre una visione che è quanto di meglio si possa immaginare come risposta al problema esistenziale generale. Possiamo immaginare che tutte le strutture matematiche corrispondano a qualche universo, ma solo quelle abbastanza complesse da contenere delle strutture viventi possono essere effettivamente sperimentate. La formazione di queste strutture viventi deve essere giustificabile all’interno delle regole che governano l’evoluzione dell’universo che le contiene, che devono essere non contraddittorie perché esso risulti auto-sostenibile. La teoria dell’individualità aperta dell’identità personale asserisce che il nostro proprio “io” attuale sarà comunque lo sperimentatore di ognuna di queste possibili vite, e che ogni evento sarà vissuto una volta per ogni essere vivente che vi partecipa. A questo punto, considerare esistenti anche tutti gli universi e gli eventi privi di osservatori, si riduce alla convenzione di cosa vogliamo definire come “esistente”, anche quando la relazione con il nostro unico “io” è puramente teorica. In base alla nostra risposta, potremmo concludere che anche il nostro universo è della stessa materia di cui sono fatti i sogni.

 

 

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