papo La terza ipotesi
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Quale è il problema

"Veder volea come si convenne
l'imago al cerchio, e come vi si indova;
ma non eran da ciò le proprie penne."
(Paradiso XXXIII, vv.137-139)

C'è una contraddizione fondamentale insita nella nostra esistenza, ma che ormai siamo abituati ad accettare come un dato di fatto imprescindibile, l'abbiamo rimossa e viviamo senza pensarci, in una specie di indolente agnosticismo che si scuote soltanto in occasione di quegli eventi che, nel bene o nel male, sconvolgono la nostra vita. Essa consiste nella constatazione che, da una parte, la nostra esistenza individuale non è che un effimero evento contingente prodotto in un mondo fisico che si modifica continuamente, e che sarebbe esistito anche senza la nostra presenza; e dall'altra, che ognuno di noi, dal suo particolare punto di vista, ha il diritto di considerare la sua stessa esistenza necessaria quanto l'esistenza di tutto il mondo esterno. Se pensiamo che la nostra vita sia frutto di una serie di eventi casuali, su cui non potevamo avere alcun controllo, allora dobbiamo concludere che essa rappresenta una sola possibilità in confronto a un numero di alternative praticamente infinito. Siamo costretti a pensare di avere vinto una specie di lotteria cosmica, per ottenere questa sia pure effimera vittoria sull'altrimenti eterna condizione di inesistenza; ma nel nostro intimo, una parte di noi resta convinta che "il mondo non poteva veramente esistere senza che io fossi qui a sperimentarlo". Questo problema viene tradizionalmente risolto (o per meglio dire "eluso") con diverse argomentazioni, in base alle distinzioni che ho introdotto tra le tre ipotesi, ma solo la terza ipotesi riesce a darne una soluzione definitiva.

La prima ipotesi considera che la vita che attualmente sperimentiamo sia la nostra unica vita, o almeno la nostra unica vita "terrena". In questo caso occorre fare una distinzione tra versione atea e versione religiosa: se infatti crediamo in Dio, possiamo pensare di rappresentare l'espressione di una volontà di Dio, ma altrimenti possiamo solo pensare di essere "nati per caso"; anche volendo ritenere illusoria l'indeterminazione che sembra regnare nel mondo materiale (e che però è ormai accettata dalla quasi totalità dei fisici teorici), dal nostro punto di vista soggettivo resterebbe comunque un inspiegabile colpo di fortuna il fatto di rappresentare proprio una delle esistenze "previste" da questa ipotetica predeterminazione. In un modo o nell'altro, dobbiamo ammettere di avere avuto fortuna (almeno, se pensiamo che vivere sia una fortuna...). L'unica, provvisoria spiegazione che può rendere ragione di questa "fortuna" è che, anche se potevamo essere frutto di una sola "combinazione fortunata", nell'eterno evolversi del mondo, "presto o tardi" anche la nostra combinazione doveva saltare fuori. Questa ipotesi è sostenibile solo se si ammette l'esistenza di tanti universi, che nel loro complesso possano esaurire tutte le possibili "combinazioni di nascita" teoricamente ammissibili. Se non che, ragionando con questi presupposti, dovremmo anche ammettere che tutte le condizioni che "presto o tardi" possono verificarsi una volta, "un po' meno presto", e "un po' più tardi" possono verificarsi di nuovo due, tre, infinite volte. Allora dovremmo decidere se, ogni volta che si verificano le stesse condizioni, preferiamo sostenere che sia sempre la stessa mente a manifestarsi, oppure no. Decidere per il sì, equivale a pensare che ognuno di noi rinascerà infinite volte nelle stesse condizioni di partenza; decidere per il no, lascia aperto il problema di che cosa abbia potuto far sì che questa volta nascessi proprio io, al posto di uno dei miei infiniti cloni potenziali. Ognuno dei due casi risulta problematico da sostenere.

Analizzando il caso dell'ipotesi "a singola vita" nella variante religiosa, in cui si motiva la nostra esistenza come espressione del volere di Dio, non possiamo fare a meno di notare che, dopotutto, essa può essere fatta risalire ad una variazione del caso precedente: il fatto di essere un'anima "predestinata ad una vita" per volere di Dio, si risolve comunque nella constatazione di aver avuto una gran fortuna ad essere stati scelti per questo privilegio; e l'unica scappatoia a una tale "fortuna" consiste di nuovo nel supporre che Dio, nella sua infinita preveggenza, abbia disposto le cose perché, presto o tardi, "ognuno abbia la sua opportunità di vita". Da ciò si deve concludere che queste opportunità devono essere infinite, e dunque che deve essere infinita anche la dimensione o la durata del nostro mondo, o che, in alternativa, devono essere stati creati infiniti mondi di dimensioni e di durata finite. Altrimenti, dovremmo concludere che facciamo parte di una ristretta cerchia di "anime create" che, anche se fossero numerosissime, dovrebbero essere necessariamente un numero finito, e dunque dovrei ritenermi detentore di un privilegio assolutamente esclusivo. Anche in questo caso, è difficile spiegarsi il perché, dal momento che, prima di essere creato non potevo già avere qualche merito che mi potesse distinguere dagli altri potenziali "esseri creabili".

La seconda ipotesi prevede che ognuno di noi possa vivere più di una esperienza di vita, e quindi che la sua individualità sia in grado di trasmigrare da un corpo all'altro; non ci interessa in questo momento discutere se si possa sperimentare uno stato di esistenza diverso tra una vita e la successiva, né la possibilità di uscire dal ciclo potenzialmente infinito delle reincarnazioni successive; l'aspetto caratteristico di questa seconda ipotesi è quello di svincolare la probabilità della nostra esistenza individuale dalla probabilità delle condizioni contingenti in cui essa si è verificata: se la mia anima non fosse nata nelle circostanze attuali, avrebbe comunque avuto altre opportunità di nascere. Anche in questo caso, si presuppone che la nostra anima sia già compresa in un insieme infinito di anime, che dopo la prima nascita e poi una serie di esperienze eventualmente suddivise in più vite successive, possono accedere ad uno stato di esistenza che le affranca dalle ingrate fatiche di questo mondo terreno.

In ognuno di questi modelli, prima ancora di constatare la mia partecipazione all'insieme delle forma di vita che hanno avuto il privilegio di vivere effettivamente, devo sempre presumere di fare parte di una precedente categoria di "possibili sperimentatori" di vite terrene. Nella versione atea della prima ipotesi, al posto delle anime devo presumere l'esistenza di "menti che possono emergere e manifestarsi in un cervello fisico"; ed anche se mi ostino a voler considerare i fenomeni mentali come un'illusione prodotta dal funzionamento di un cervello fisico, sono sempre costretto a riconoscere l'esistenza di un soggetto che sperimenta questa illusione, quell’”io” che ognuno sente come proprio, e che non può essere negato in virtù dello stessa certezza esistenziale che affermava Cartesio: se dubito, penso; e se penso, allora esisto. Se non vogliamo accettare la terza ipotesi, dobbiamo ammettere l'esistenza di un insieme potenzialmente infinito di "possibili sperimentatori" di vite terrene, comunque si vogliano chiamare: anime, menti o "soggetti di un'illusione", i cui elementi devono accettare il loro destino di nascere oppure no in base ad eventi di cui non hanno alcun controllo.

Perché mi sento a disagio a considerare questo insieme di cui dovrei evidentemente fare parte? Perché mi sembra che anche pensando che i suoi elementi siano infiniti, devo accettare come un privilegio "trascendentale" il fatto di essere uno di essi, e il fatto che evidentemente esso non sarebbe risultato esaustivo senza la mia presenza. Non basta constatare che, poiché questo insieme è infinito, allora anch'io devo farne parte; secondo questo ragionamento, io dovrei fare necessariamente parte di qualsiasi insieme con infiniti elementi, il che è un'assurdità. Mi suscita un profondo sconcerto già il semplice fatto che questo insieme possa essere considerato esaustivo in qualche modo, e dubito anche che gli eventi di nascita effettivi possano essere sufficienti per dare un'opportunità di vita a tutti gli elementi di questo insieme.

Infatti, non sarebbe possibile distinguere in alcun modo queste ipotetiche “individualità” senza usare differenze fisiche o caratteriali: e poiché comunque non ci sarebbe nulla che impedisca a due “individualità” di avere caratteristiche identiche, per distinguerle non basterebbe neanche un elenco infinito di caratteristiche da confrontare; inoltre, se si pensa che ognuna di esse possa esprimere una propria volontà individuale, anche il loro comportamento non potrebbe essere prevedibile. Queste caratteristiche implicano che il numero totale dei "possibili sperimentatori" sia un infinito di cardinalità maggiore di quello dei numeri interi, come si potrebbe dimostrare adottando lo stesso “argomento diagonale” che Georg Cantor usò per i numeri reali: e questo impedisce di avere la certezza che, aspettando abbastanza a lungo, presto o tardi ognuno possa avere la propria occasione di nascere. Infine, questo insieme di molteplici “individualità” implica che per ogni nuova vita concepita esista un momento preciso in cui viene selezionato un particolare "possibile sperimentatore", il che presuppone un dualismo ineliminabile tra mente e corpo. Qualsiasi alternativa alla terza ipotesi deve fare i conti con questi problemi; forse, ad una prima considerazione superficiale, possono non apparire gravi: a me sembrano pregiudizi insostenibili di cui dobbiamo liberarci.

Continua sulla prossima pagina: "Quale è la soluzione".

 

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Commenti ricevuti:
DataNomeCommento
18/01/2010 12:56:41iacopoCredo che lo "spirito universale" sia superfluo, ed anche in generale "l'aldilà". Non voglio negarli ad ogni costo, ma preferisco attenermi ad una linea "minimalista". Ritengo che l'ego individuale sia la manifestazione contingente di un "io" che è lo stesso per tutti, ma che non ha un'esistenza che prescinde dalle singole vite. Vedi "Qual è la soluzione" e anche "Metafore mistiche". Alcuni corrispondenti mi hanno spiegato che questa filosofia è molto vicina al buddismo, ma credo che sia importante evitare i riferimenti che possono apparire "mistici".
18/01/2010 00:31:07LamaMi piace la tua visione. e la condivido anche se con altri nomi e cosmologie... Il problema secondo me è più ampio. La morte fa paura in quanto morte dell'EGO. Se assimili l'ego come totale individualità, nella tua visione, lo sciogliersi nuovamente nello "spirito universale" potrebbe portarci in paradiso, ma sarebbe comunque la dissoluzione dell'individualità stessa: per il nostro ego non c'è quindi scampo. Diverso sarebbe se concepissi diversamente l'individuo stesso...ma non ho ancora letto la soluzione...
15/01/2010 15:04:16iacopoCredo anch'io che qualsiasi caratteristica individuale debba fare capo a qualche differenza fisica, mentre la "consapevolezza dell'io" sarebbe come una specie di "segnaposto" che definisce il "qui e ora" ma tutto ciò che sperimenta come sensazioni e grado di consapevolezza deriverebbe dallo stato della realtà fisica circostante, compreso lo stesso cervello che rende possibile la consapevolezza stessa. Questo viene chiarito (spero) nelle pagine successive.
15/01/2010 08:47:16marioquello che non mi e'chiaro nell'ipotesi di una possibile reincarnazione è se l'individualita' originaria permane in qualche modo o no in questa seconda ipotesi(a mio avviso piu'credibile)è la consapevolezza dell'io che determina la cosiddetta individualità (ovviamente variaBILE)?

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